di Alessandro Somma*

Il reddito di cittadinanza è sotto attacco. È considerato un incentivo a passare le giornate sul divano, una misura assistenziale stile prima Repubblica, o peggio un regalo a ladri e delinquenti vari. Eppure, dopo anni di riduzione delle tasse ai ricchi, di smantellamento dello Stato sociale e di lavoro sempre più sottopagato e precario, il reddito di cittadinanza è l’unica misura capace di combattere la povertà. Ed è la sola arma in mano a chi non rifiuta il lavoro, ma semplicemente di farsi sfruttare con salari da fame, offerti da imprenditori capaci solo di rinfacciare ai giovani di essere sfaticati.

Basterebbe questo per difendere il reddito di cittadinanza, me c’è di più: ce lo chiede l’Europa! Lo chiede da decenni e regolarmente torna sul tema per ricordarci che la misura deve essere incrementata e non ridimensionata, o peggio abolita come vorrebbero i futuri governanti.

Certo, in Europa si parla di reddito minimo garantito e non di reddito di cittadinanza, una misura universale mai realizzata che consiste nell’assicurare a tutti uno stipendio: anche ai ricchi e anche a chi lavora con salari dignitosi. Quello italiano, al di là del nome, è però un reddito minimo garantito che infatti spetta solo a chi è a rischio di povertà e che soprattutto è condizionato: lo si ottiene solo se si intraprende un percorso di inserimento lavorativo e lo si perde se si rifiutano offerte di lavoro.

Non è insomma una misura assistenziale, bensì la misura tipica di uno Stato che ha rinunciato a perseguire la piena occupazione e che mira solo a ottenere l’occupabilità. Quindi neppure una misura “di sinistra”. E se non funziona non è perché si preferisce stare sul divano, ma semplicemente perché il lavoro non c’è e lo Stato non si adopera per crearlo, come faceva quando perseguiva la piena occupazione.

Si diceva che l’Europa chiede da tempo il reddito minimo garantito. In effetti i primi documenti che la promuovono risalgono alla fine degli anni Ottanta e da allora tutti gli stati hanno adottato la misura. L’Italia è arrivata per ultima, giacché solo nel 2017 ha adottato una misura che ha chiamato reddito di inclusione: del tutto simile al reddito di cittadinanza, con la sola differenza che l’entità era quella di un’elemosina. Con il reddito di cittadinanza la misura è stata portata a una cifra vicina a quella che ritroviamo nelle indicazioni di fonte europea. Si avvicina al reddito che consente di non sprofondare nella povertà, sebbene non soddisfi in pieno questo requisito.

Anche l’Italia è dunque chiamata in causa dall’ultimo documento europeo, che nei giorni scorsi ha chiesto di potenziare il reddito minimo garantito e di portarlo a livelli tali da assicurare una vita dignitosa. E di considerare che la misura è più che mai indispensabile, alla luce dell’impoverimento provocato prima dalla pandemia e ora dall’incipiente esplosione del costo dell’energia.

La sensibilità dell’Europa per il contrasto della povertà è indubbiamente contraddittoria. È la stessa Europa che impone agli stati bilanci incompatibili con il proposito di combattere le disuguaglianze. E tuttavia, se una volta tanto l’Europa ci chiede qualcosa di diverso dalla macelleria sociale, sarebbe il caso di ascoltarla. E magari di voltarle le spalle quando ci chiede di fare la guerra, di tagliare la spesa sociale, di privatizzare i beni comuni e i servizi pubblici. Perché di norma proprio questo succede: che solo in questi casi la politica ci ripropone il solito ritornello per cui “non ci sono alternative”.

* professore ordinario di diritto comparato all’Università di Roma La Sapienza

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