Tre anni fa proposi di sciogliere e di rifondare il Pd. E devo dire che riuscii in un capolavoro: unire tutto il Pd per una volta contro questa proposta. Però penso ancora che quello sia il nodo di fondo: dobbiamo ridefinire la missione del Pd. E dobbiamo farlo insieme ai nostri elettori“. Sono le parole pronunciate ai microfoni de “L’Italia s’è desta” (Radio Cusano Campus) da Matteo Orfini, neo-eletto del Pd nel collegio proporzionale della Camera, che si concede in una lunga autocritica, aggiungendo: “Non possiamo limitarci a svolgere una funzione di tutela di un certo gruppo dirigente o di tenuta di un quadro nazionale nei vari momenti di crisi. Negli ultimi anni abbiamo rinunciato alla politica, cioè la nostra unica proposta è stata quella di fare le alleanze. E in questo modo abbiamo delegato la nostra identità agli altri. Se in questo momento facessimo un congresso sulla base delle divisioni tra chi è per Calenda e chi è per Conte, saremmo matti”.

Orfini ribadisce: “Dovremmo recuperare l’idea originaria del Pd con un progetto e una proposta chiara, qualcosa che rifondi la sua missione e anche la sua forma organizzativa, perché allora la formula delle primarie si rivelò innovativa. Oggi appare un po’ invecchiata rispetto ai cambiamenti della società e del modo di fare politica. In passato eravamo il partito più aperto di tutti, oggi non è più così. Anche in questo senso dobbiamo rilanciare un modello di partito nuovo e invece – continua – all’indomani del voto, ho visto che la lettura di gran parte del gruppo dirigente del Pd è stata del tipo: ‘È stato tutto giusto, la linea era perfetta, non siamo riusciti a fare le alleanze, dobbiamo ripartire dal campo largo’. Ma questo campo largo non c’è. Siamo passati da Conte come punto di riferimento di tutti i progressiti all’agenda Draghi, che secondo Draghi non c’era. Insomma, tutto questo succede perché ogni volta dobbiamo spiegare chi siamo e cerchiamo la nostra identità nel nostro rapporto con gli altri”.

Il politico osserva ironicamente che il Pd avrebbe bisogno di uno psicanalista e sottolinea: “Dovremmo tornare a essere un partito che sa cosa vuole, sa dove andare, sa quali sono i suoi riferimenti e non li cambia a seconda della fase politica, ma li declina. Insomma, un partito che ha l’ambizione di vincere le elezioni e non di governare quando ha perso. Penso che un po’ di opposizione male non ci farà – aggiunge –se non altro per farci recuperare un po’ di umiltà. Ma soprattutto un partito che sia in grado di suscitare un po’ di passione. A me ha fatto impressione che in questa campagna elettorale io non ho trovato una sola persona felice di votarci. Ci hanno votato senza entusiasmo, chi perché pensava che gli altri fossero peggio, chi perché aveva paura della destra”.

Sferzante è il deputato dem sul congresso: “Farlo tra un anno è troppo tardi. In queste condizioni, o si fa presto il congresso o si elegge in assemblea un nuovo segretario. Non si può pensare di tergiversare, bisogna uscire rapidamente dall’impasse. E in questa discussione dobbiamo coinvolgere i nostri iscritti, il congresso serve anche a questo. Se andiamo avanti a due candidature al giorno, entro un paio di mesi arriviamo a 60 candidati. Fra poco avremo più candidati che elettori, non mi pare una idea geniale. Io candidato segretario del Pd? No, ho fatto 5 anni il presidente del Pd e 2 volte il segretario reggente, ho già avuto questo onore”.

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