Mancano pochi giorni al voto. In attesa dei risultati che usciranno dalle urne credo che qualche prima conclusione possa già essere tirata. Il primo risultato di questa brutta campagna elettorale è che la politica, intesa come vero confronto di idee e programmi, è sempre più in crisi. Lo scontro è avvenuto fra proposte al rialzo gettate nell’agone elettorale nonostante l’assoluta mancanza di coperture finanziarie e quindi l’impossibilità di attuarle per davvero. L’esito di questa mercatizzazione del confronto politico sarà probabilmente che molti cittadini, consapevoli della irrealizzabilità di buona parte dei programmi, alimenteranno l’astensione e il distacco dai partiti. Molti altri elettori invece hanno già da tempo spostato i propri criteri di scelta su variabili che nulla hanno a che fare con i contenuti e che chiamano in gioco l’immagine dei leader, la loro affidabilità e adeguatezza.

Qui però viene il secondo risultato che la campagna elettorale ci ha già regalato: i leader – tutti, nessuno escluso – sono apparsi come figure oggettivamente dimezzate, imbrigliate, costrette a fare i conti con una realtà che impedirà loro di perseguire e realizzare buona parte delle loro promesse elettorali.

La Meloni potrà forse uscire vincente dalle urne. Ma credo sappia bene che le sue speranze sono fortemente imbrigliate da diversi fattori. Da un lato ci sono gli alleati che non la amano e che coglieranno ogni occasione per ridimensionarla. Dall’altro c’è il suo bisogno di legittimarsi verso i poteri forti e la conseguente necessità di accettare vincoli e condizionamenti che fino a pochi mesi fa dichiarava di voler avversare. E da ultimo c’è la sua classe dirigente che, mescolando vecchie cariatidi a figure nuove ed inesperte, difficilmente potrà garantire risultati da alta classifica.

Poi c’è Letta che in quanto segretario di questo Pd è in partenza un leader dimezzato. Infatti, fin quando la linea dei dem sarà condizionata dalle negoziazioni correntizie e dal bisogno ossessivo di occupare il potere, qualunque leader del Pd continuerà ad essere obbligato a scelte che nulla hanno a che vedere con l’interesse generale. Se poi l’equilibrio interno viene raggiunto sposando l’agenda Draghi – con la conseguente supìna accettazione dei diktat delle tecnocrazie europee e dei guerrafondai statunitensi – non c’è da stupirsi se il popolo ti abbandona privandoti della forza numerica indispensabile per cambiare le cose.

Salvini invece è perfettamente consapevole di essere, non da oggi, sotto tutela. Se la Lega dovesse andar male, verrà quasi certamente disarcionato. Se invece dovesse conservare la leadership dovrà rassegnarsi a governare e sa bene che a quel punto non potrà che rimangiarsi buona parte delle promesse con cui in queste settimane ha cercato di raggranellare voti.

Anche Conte è sotto-tutela. Il comico-illuminato incombe sul leader 5 stelle, conservando le chiavi di casa, senza lasciar intravvedere quali siano per davvero le sue reali strategie. Se poi l’esito del voto dei 5 Stelle dovesse per davvero portare a una forte tenuta al Sud e a percentuali imbarazzanti al Nord saremmo di fronte ad un vero e proprio dimezzamento geo-elettorale che non potrà essere ignorato dall’ex-premier. Non da ultimo: Conte è sicuramente destinato a fare opposizione. Per molte ragioni è meglio così; ma è del tutto evidente che per un leader politico l’avere come unica prospettiva quella dell’opposizione non aiuta a rafforzare la leadership, quantomeno nel medio-lungo periodo.

Gli altri che sicuramente saranno all’opposizione sono i partiti minori con l’aggiunta che su alcuni di essi, quelli che non stanno in coalizione (De Magistris e Paragone), incombe il rischio quorum. Se non superano il 3% scompariranno. E in questo caso, più che di dimezzamento dovremo parlare di azzeramento.

Berlusconi è fuori concorso. I conflitti di interesse, le condanne, l’immagine internazionale e, da ultimo, l’anagrafe lo hanno indebolito da tempo. Resisterà ugualmente con percentuali più che dimezzate. E continuerà, nonostante tutto, a far danni … Da ultimo abbiamo Renzi e Calenda, un duo destinato a dimezzarsi quanto prima. Il dubbio è solo sui tempi: in che data Renzi abbandonerà il traghetto che gli sta consentendo di rimanere senatore. Subito? Aspetterà qualche settimana? O addirittura resisterà qualche mese? Si va dunque a concludere una campagna elettorale che ha confermato la debolezza dei partiti e la sempre maggior unificazione del loro destino con quello dei loro leader.

Al tempo stesso i leader appaiono sempre più prigionieri di vincoli e interessi che condizionano pesantemente il loro operato e la loro autonomia ridimensionando il loro peso e la loro effettiva capacità di realizzare le promesse elettorali. Il tutto in un quadro generale in cui il nostro Paese appare sempre più orientato a rimanere succube delle volontà d’oltreoceano e delle decisioni imposte dalle tecnocrazie sovranazionali asservite ai mercati. Un quadro d’insieme che certamente non aiuta a sperare, almeno per il prossimo futuro, in un rilancio della buona Politica.

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