Affidereste l’Italia a chi ha messo il futuro di 500 lavoratori nelle mani di truffatori?”. La domanda è di Maurizio Ughetto, operaio della ex Embraco, la fabbrica di Riva di Chieri (Torino) che dopo quattro anni di promesse da parte di quattro governi diversi non esiste più. Quando sente parlare Carlo Calenda del partito dei “seri e competenti“, la sua mente va subito ai primi mesi del 2018, quando il leader di Azione era ministro dello Sviluppo economico nel governo Gentiloni. “Io e i miei colleghi la loro “competenza e serietà” l’abbiamo provata, e oggi siamo in mezzo a una strada” racconta al fattoquotidiano.it ricordando i primi incontri con l’allora ministro. “Era venuto a trovarci in mensa per parlare del nostro futuro dopo che l’azienda aveva annunciato la chiusura dello stabilimento. Si presentava come il salvatore della patria”. Davanti agli operai, Calenda aveva spiegato le fasi del processo di reindustrializzazione. “Indicando l’allora capo di Invitalia Domenico Arcuri, seduto al suo fianco, rassicurava tutti dicendo che se il fosse andata male sarebbe subentrato lo Stato”, ricorda Ugo Bolognesi, sindacalista Fiom Cgil. E i lavoratori si erano fidati. “Come potevamo non credere a un ministro che viene nel nostro stabilimento per rassicurarci sul futuro? Non era mai successo che un ministro in carica andasse in una fabbrica di provincia per incontrare lavoratori in lotta”, dice Gianluca Ugliola, 54 anni, un altro operaio dell’ex Embraco.

Ma nulla di quanto promesso si realizza. Con il benestare del Mise, il processo di reindustrializzazione viene affidato alla Ventures, una newco a capitale israeliano, cinese e italiano, ma si rivela subito un bluff. “È come se il ministero avesse dato la patente a uno che non sapeva guidare” commenta Bolognesi, ricordando con amarezza le slide e i brindisi del giorno della presentazione. “Sarebbe bastato fare una visura per accorgersi che qualcosa non andava, ma non è stato fatto”, incalza Ugliola. Il piano prevedeva la costruzione di droni per pulire pannelli fotovoltaici. “Smontavamo le vecchie linee ma le nuove non arrivavano”, ricorda invece Ughetto, uno dei primi a rientrare al lavoro. “Andavamo in fabbrica a fare niente, ci facevano verniciare le pareti, smontare e rimontare bici elettriche, ma dei nuovi macchinari non si vedeva nemmeno l’ombra”. Così, nel luglio 2020, il tribunale dichiara il fallimento dell’azienda: solo qualche settimana fa si è chiusa l’indagine della Procura di Torino che ipotizza il reato di bancarotta fraudolenta. Un fascicolo nato dagli esposti di sindacati e lavoratori che si costituiranno parte civile al processo. Quello che doveva essere il rilancio per il futuro degli operai si è rivelato l’ennesimo incubo.

In quattro anni i lavoratori della ex Embraco si sono confrontati con quattro ministri dello Sviluppo economico. “Abbiamo provato sulla nostra pelle quasi tutto l’arco costituzionale”, ironizza Ugliola. Dopo Calenda è arrivato Di Maio. Ughetto lo ricorda come “un fantasma” perché “non ci ha mai ricevuto e il fondo di duecento milioni destinato al nostro salvataggio in caso di fallimento della reindustrializzazione è stato dirottato su altro”. L’amarezza è doppia ripendando alla campagna elettorale del 2018, quando i leader del Movimento 5 Stelle si erano recati più volte ai cancelli della fabbrica per incontrare i lavoratori. Dopo la caduta del governo Lega-M5s, arriva il Conte II con un nuovo ministro, Stefano Patuanelli, e un nuovo tentativo di reindustrializzazione, affidato a Italcomp. Un progetto che avrebbe dovuto riassorbire i 400 operai della ex Embraco in cassa integrazione e i 300 dell’azienda veneta Acc-Wanbao in amministrazione straordinaria. Nel novembre 2020 Patuanelli esulta sui suoi canali social: “Siamo riusciti a salvare 700 lavoratori grazie al nostro intervento su due crisi”. Ma il progetto non partirà mai e con l’arrivo del governo Draghi scomparirà definitivamente dall’agenda. Per il nuovo ministro, il leghista Giancarlo Giorgetti, “è come se quel dossier non fosse mai esistito”, attacca Bolognesi. “Ha lasciato che la macchina si andasse a schiantare contro un muro”.

Così, a quattro anni e quattro governi dall’apertura della crisi, gli operai dell’ex Embraco sono rimasti in mezzo a una strada. “Non abbiamo perso il lavoro ma ce lo hanno scippato, mettendoci le mani in tasca senza che nessun governo facesse qualcosa per impedirlo”, si sfoga Ughetto, che a 49 anni si è dovuto rimettere in gioco, “nel tritacarne del precariato”, dopo una vita passata in fabbrica. Anche perché, dice sottolineando l’ovvio, “non è facile ricollocarsi alla nostra età”: la maggior parte dei lavoratori ha tra i 45 e i 60 anni, ed è in quello stabilimento che ha conosciuto la propria moglie e o il proprio marito. Chi ha potuto è andato in pensione mentre tutti gli altri provano a sopravvivere. “Embraco doveva essere l’esempio che le delocalizzazioni in Italia potevano essere fermate. Ma non è stato così” conclude Ugliola, ripensando alle promesse della campagna elettorale del 2018. Cinque anni fa, quel piazzale di fronte alla fabbrica era diventato la vetrina privilegiata di tutti i leader nazionali. Tutti facevano a gara per farsi immortalare in mezzo agli operai. Oggi però non c’è più nulla da fotografare. E il piazzale è rimasto vuoto.

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