di Stefano Briganti

Il 24 giugno si è concluso a Pechino il summit annuale dei paesi Brics (Brasile, Russia, Cina, India, Sudafrica). I media italiani non hanno dato alcun rilievo all’evento e solo qualche agenzia estera ha ripreso la notizia. Va ricordato che il “blocco” Brics genera circa il 25% del Gdp mondiale. All’apertura del summit il presidente Xi Jinping ha fatto la seguente affermazione: “Il mondo oggi è oscurato dalla scura nube della mentalità di Guerra Fredda… Alcuni paesi tentano di espandere alleanze militari alla ricerca di sicurezza assoluta costringendo altri paesi dalla loro parte alla ricerca di un dominio unilaterale… E’ importante che i paesi Brics si supportino a vicenda su temi che riguardano interessi fondamentali e praticare un autentico multilateralismo… per rigettare egemonia, bullismo e divisioni”.

Credo che sia sufficientemente chiaro a chi il presidente cinese si riferisse. Tra i punti chiave dell’ accordo siglato tra i paesi al termine del summit, troviamo ad esempio l’impegno per sviluppare una rete di scambi economici che utilizzi le valute dei singoli paesi e il rafforzamento della New Development Bank Brics (Ndb Brics), istituzione nata nel 2015 come alternativa alle istituzioni finanziarie dollarocentriche (Fmi e Banca Mondiale) nate dopo Bretton Woods. Inoltre sono stati confermati gli impegni a cooperare per rinforzare la industrial chain, la digitalizzazione (il Cips cinese, sistema simil-Swift, che potrebbe governare le transazioni finanziarie Brics) e per aumentare i flussi commerciali. La maggiore novità riguarda però l’accordo verso un “allargamento” della Brics con la possibilità di accesso anche ad altri Paesi; appena 48 ore dopo l’annuncio sono arrivate le candidature di Iran e Argentina per entrare. Una dimostrazione che gli Stati sanzionati dagli Usa e Ue come l’Iran, la Russia, la Cina, raggruppandosi, intendono togliersi dal collo il cappio del dollaro.

E’ in questo scenario di rafforzamento, di conferme e di accrescimento del “blocco” economico a guida dell’est del globo che si collocano gli importanti riposizionamenti verso la Cina e l’India dei flussi energetici fossili russi, spinti dalle politiche di guerra economica e di Guerra Fredda Nato sviluppate senza ritegni dall’Ovest ora anche verso l’Indo Pacifico (leggi dichiarazione di Stoltenberg a Madrid contro la Cina). I prezzi di favore, applicati guarda caso ai due “giganti” Brics dal terzo “gigante”, favoriranno la competitività produttiva di questi due Paesi e aiuteranno la Russia ad ammortizzare gli effetti delle sanzioni occidentali.

Le sanzioni che bloccano le disponibilità economiche in dollari o euro dei paesi target e i blocchi unilaterali dei meccanismi di pagamento controllati dall’Occidente (vedi Swift e Dipartimento del Tesoro Usa) stanno minando la fiducia nelle istituzioni occidentali, nel dollaro e nell’euro. Gli obiettivi dichiarati delle sanzioni alla Russia erano quelli di togliere “benzina” alla sua macchina da guerra (che continua a marciare) e di indebolire economicamente la Russia (al momento gli analisti finanziari non rilevano segnali significativi). Invece oltre agli effetti negativi sui paesi Ue (inflazione, costi energia alle stelle, supply chain distrutta) un effetto paradossale è che se anche la Russia si indebolisse economicamente, sta rafforzando – in un gioco di riequilibri – il peso e l’importanza dei Brics del quale il Paese fa parte.

E’ naturale che con questo blocco, che vale a tendere il 30% del Pil mondiale, l’Occidente Usa-centrico dovrà confrontarsi seriamente. Le sanzioni potrebbero non essere più molto efficaci e allora le dichiarazioni di Biden – “C’è un nuovo ordine mondiale là fuori e noi (Usa) dovremo guidare gli alleati per governarlo”; “Gara tra democrazie a autocrazie che non possiamo perdere” – oltre ad essere estremamente preoccupanti, non saranno di semplice attuazione se non purtroppo con la minaccia delle armi nel tipico stile America-Nato.

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