È stata confermata dalla Cassazione la condanna a sette anni di reclusione per bancarotta fraudolenta inflitta il 17 luglio 2020, in appello, all’immobiliarista romano Danilo Coppola, latitante in Svizzera. Il verdetto era stato annullato con rinvio solo per rideterminare la durata della pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici, calcolata secondo la Suprema Corte in modo scorretto. Il crac è quello della società Porta Vittoria spa, titolare di un progetto di riqualificazione immobiliare – mai realizzato – nell’omonimo quartiere di Milano e affondata con un passivo di quattrocento milioni di euro: per quella vicenda Coppola era stato arrestato nel maggio del 2016.

L’immobiliarista, ex azionista di Mediobanca e molto vicino alla famiglia Segre – i commercialisti di Carlo De Benedetti – era già noto alle cronache giudiziarie e finanziarie: sia per la calda estate dei “furbetti del quartierino“, con la scalata alla Banca Nazionale del Lavoro, sia per l’inchiesta romana che nel 2007 lo aveva portato in carcere con le accuse di associazione a delinquere finalizzata alla bancarotta, riciclaggio, falso e appropriazione indebita. Imputazioni dalle quali era stato assolto in appello nel 2013, dopo la condanna a sei anni in primo grado. Tre anni dopo, sempre a Roma, era invece arrivata la condanna a nove anni per la bancarotta fraudolenta relativa a un altro gruppo di società.

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