di Luigi Manfra*

In un post della fine dello scorso anno, avevo descritto la Great resignation, fenomeno che ha visto numerosi lavoratori lasciare spontaneamente il proprio impiego in diversi settori produttivi. Negli Stati Uniti, da maggio a settembre 2021 si sono dimessi complessivamente 20,2 milioni di lavoratori ed anche in Italia, su scala ridotta, si è verificato lo stesso esodo. A distanza di sei mesi dalla precedente analisi, il fenomeno si è ulteriormente accresciuto.

Nell’intero 2021, negli Stati Uniti il numero delle dimissioni è aumentato ulteriormente, arrivando a 47,8 milioni di lavoratori, ed il trend si è ulteriormente accresciuto nei primi mesi di quest’anno. Nel marzo 2022, 4,53 milioni di lavoratori hanno lasciato il lavoro, battendo il record precedente di 4,51 milioni del novembre 2021.

Una delle principali cause all’origine delle dimissioni di massa, soprattutto per i colletti bianchi, è ritenuta essere la sindrome da burnout, vale a dire una situazione professionale percepita come logorante dal punto di vista psicofisico. Mentre per i lavoratori a basso reddito un peso predominante è dato dai bassi salari. Nel 2019 il lavoratore medio americano, a parità di potere di acquisto, aveva un salario più basso rispetto al 1973. La riluttanza a lavorare dipende, quindi da un salario insufficiente, soprattutto per i lavori rischiosi, da una carenza di aiuto per le famiglie con figli, e da una non adeguata copertura sanitaria.

La Great resignation non interessa soltanto gli Stati Uniti, ma anche numerose altre nazioni. La pandemia sembra aver cambiato il modo in cui una parte dei lavoratori guardano al lavoro, alla luce di ciò che vogliono dalla vita. In Italia, secondo il Censis, “il pragmatismo vince sulla tentazione della Great Resignation, cioè le dimissioni al buio per cercare un impiego più gratificante o per fare altro. Fa più paura l’idea di ritrovarsi impantanati nella precarietà del mercato del lavoro. Eppure, lo stesso Censis rileva che l’82,3% dei lavoratori – l’86,0% tra i giovani, l’88,8% tra gli operai – si dice insoddisfatto della propria occupazione e “ritiene di meritare di più”.

Ma, anche se limitata, la fuga dal lavoro in Italia si sta verificando soprattutto nei servizi turistici, in quelli di informazione e comunicazione, e nelle professioni scientifiche e tecniche, mentre le imprese non riescono a coprire i posti vacanti.

All’origine delle dimissioni ci sono motivazioni diverse. Le insoddisfazioni per il salario, che viene ritenuto insufficiente, il welfare aziendale che non tiene conto delle esigenze minime in termini di permessi per assistenza, e la mancanza di tempo libero. In molti settori, inoltre, il ritmo di lavoro è particolarmente stressante. Quest’ultimo aspetto emerge chiaramente in un caso di cui, di recente, si è occupata la stampa. Nel settore ospedaliero il pronto soccorso è in crisi da anni. La grande domanda da parte degli utenti ha spinto, nell’ultimo anno, circa 100 addetti a lasciare il lavoro ogni mese, mentre quasi uno su tre vorrebbe cambiare lavoro entro un anno. Questo esodo contribuisce a peggiorare ulteriormente la situazione per chi resta, con turni sempre più duri. Chi lavora al pronto soccorso non ha più vita familiare e sociale, e con maggior frequenza decide di lasciare.

Ma la domanda cruciale, a cui va data una risposta, è cosa fanno i lavoratori dopo le dimissioni. I dati che emergono da alcune analisi preliminari mostrano un accresciuto dinamismo del mercato del lavoro italiano. I lavoratori che lasciano volontariamente il lavoro, oltre a essere in significativa crescita rispetto al periodo pre-pandemico, trovano lavoro più rapidamente e più frequentemente, e si spostano in un settore o in una professione diversi da quelli di provenienza.

Le dimissioni sono un vero e proprio salto nel buio, considerando anche che chi si dimette non ha diritto all’indennità di disoccupazione, e che l’approdo a un altro lavoro non è scontato. Se l’incremento delle dimissioni dovesse, però, consolidarsi, ci sarebbero effetti molto positivi sul sistema economico italiano. La ricerca di un lavoro più qualificato porterebbe sia a un aumento dei salari che a un contemporaneo incremento della produttività, avviando una fase più dinamica dell’economia e del mercato del lavoro.

Nuove assunzioni innescano un trasferimento dell’occupazione verso i settori in crescita, dove i tecnici-informatici e gli addetti alla comunicazione sono le professioni più richieste.

La Great resignation rappresenta un fenomeno nuovo nella storia del lavoro, che mette in evidenza come le leggi dell’economia liberista non sono immutabili. Forse le aziende, nel loro interesse, ne dovrebbero tener conto.

*Già docente di Politica economica presso l’Università Sapienza di Roma, si occupa di economia internazionale, soprattutto in relazione al Mediterraneo

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