di Luigi Manfra*

L’Harvard business review ha pubblicato di recente un articolo dal titolo Who Is Driving the Great Resignation, nel quale ha messo in risalto un fenomeno inedito che da alcuni mesi caratterizza il mercato del lavoro negli Stati Uniti: un aumento rilevante di dimissioni dal lavoro. La crescita del fenomeno è avvenuta, paradossalmente, proprio mentre le imprese non riescono a trovare personale anche a salari più alti.

Ian Cook, autore dell’articolo, scrive: “Secondo il Bureau of Labor Statistics degli Stati Uniti, nel luglio 2021 quattro milioni di americani hanno deciso di lasciare il lavoro. Le dimissioni sono state molte anche nei mesi precedenti, raggiungendo in totale 10,9 milioni di posti di lavoro alla fine di luglio”. L’articolo contiene anche un’analisi su oltre nove milioni di dipendenti di oltre quattromila aziende su un’ampia varietà di settori, funzioni e livelli di esperienza. Le dimissioni dal lavoro hanno riguardato soprattutto i dipendenti tra i 30 e i 45 anni di livello medio.

In un articolo più recente, la quota di lavoratori che hanno lasciato volontariamente il proprio lavoro è cresciuta ulteriormente raggiungendo a settembre 2021 un nuovo record. Il tasso è stato più alto nel settore del tempo libero e dell’ospitalità, dove addirittura il 6,4% dei lavoratori ha lasciato volontariamente il lavoro. Da maggio a settembre si sono dimessi complessivamente 20,2 milioni di lavoratori.

Una delle principali cause all’origine delle dimissioni di massa è ritenuta essere la sindrome da burnout, vale a dire una situazione professionale percepita come logorante dal punto di vista psicofisico. Il lavoratore, non disponendo di risorse comportamentali e cognitive adeguate a fronteggiare questa sensazione di esaurimento fisico ed emotivo, decide di lasciare il lavoro. Esemplificativo appare il caso di infermieri, medici e altri operatori sanitari che negli ultimi due anni, con la pandemia, hanno avuto un sovraccarico di lavoro molto stressante. Le dimissioni in questo settore sono state numerose. Ma anche nel comparto informatico e tecnologico, dove gli addetti hanno tratto grandi vantaggi nel lavorare nel settore che ha prosperato di più durante la pandemia, è presente il fenomeno del “great resignation”. L’andamento positivo del settore, presumibilmente, ha indotto molti ad abbandonare il precedente lavoro alla ricerca di migliori compensi e di una maggiore autonomia in termini di luogo e di flessibilità degli orari.

Non è ancora chiaro se all’esodo dal lavoro segua la ricerca di una nuova occupazione oppure un’interruzione temporanea dell’attività lavorativa, come la lenta ripresa dell’occupazione farebbe pensare. Per quanto riguarda coloro che cercano un nuovo impiego, uno studio di Indeed – una delle più grandi piattaforme online per l’incontro di domanda e offerta di lavoro, che opera anche in Italia – sottolinea come la pandemia abbia spinto molte persone a ricercare lavori più impegnativi e gratificanti. La presenza di molti strumenti di sostegno al reddito introdotti o potenziati con la pandemia ha reso possibile questa pausa, che è stata dedicata alla ricerca di un lavoro più soddisfacente.

Anche in Italia i dati disponibili relativi al secondo trimestre 2021 evidenziano un aumento considerevole di lavoratori che si sono dimessi. L’incremento è del 37% sul trimestre precedente e addirittura dell’85% sul secondo trimestre del 2020. Questo fenomeno potrebbe avere natura transitoria se a provocarlo fossero stati motivi contingenti come la cassa integrazione legata al Covid, o invece potrebbe essere più duraturo se la crisi pandemica avesse avviato un fenomeno di riallocazione dei lavoratori creando le condizioni per il passaggio da settori in difficoltà a settori in crescita come quelli relativi alla salute, all’informatica e alle nuove tecnologie.

Comunque, perché si possano trarre delle indicazioni attendibili sul futuro del mercato del lavoro, sono necessari studi su una base statistica più estesa che indaghino sulle traiettorie dalle dimissioni a un nuovo lavoro. Se l’incremento delle dimissioni dovesse consolidarsi, ci sarebbero effetti molto positivi sul sistema economico italiano. La ricerca di un lavoro più qualificato porterebbe sia a un aumento dei salari che a un contemporaneo incremento della produttività, con effetti benefici nel lungo periodo sul Pil.

Durante la parte terminale della pandemia negli Stati Uniti è stata coniata una nuova definizione dell’economia, Yolo economy, dall’acronimo di ”You only live once” (vivi una sola volta), un nuovo approccio all’economia che mette al primo posto la qualità della vita.

* Già docente di Politica economica presso l’Università Sapienza di Roma, si occupa di economia internazionale, soprattutto in relazione al Mediterraneo

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