Stefano Andreotti, figlio di Giulio, non vedrà Esterno Notte, il film di Marco Bellocchio sul sequestro di Aldo Moro: “Ho visto che il regista si è pentito dopo cinquant’anni di essere stato tra i firmatari del documento famigerato contro il commissario Luigi Calabresi: proprio adesso che ci vuole fare un film. Poi parlano di cinismo di Andreotti…”. Il terzogenito del fondatore della Dc parla al Corriere della Sera. “Spero che tra una ventina d’anni, studiando magari un po’ di carte, si penta anche dell’immagine falsata che mi dicono dia di mio padre Giulio nella sua ultima pellicola sul sequestro di Aldo Moro. Che non andrò a vedere“. Eppure, ad oggi, di pellicole su o con la presenza in scena dell’ex premier democristiano ne sono state fatte molte, la più citata tra tutte Il Divo, di Paolo Sorrentino, nella quale viene rappresentato anche il bacio tra Giulio Andreotti e Totò Riina, frammento mai contestato dalla famiglia o dallo stesso Giulio Andreotti.

Perché, proprio adesso, Stefano Andreotti ha deciso di parlare? “Allora non dicemmo nulla come famiglia perché era vivo mio padre. E mio padre non aveva bisogno di difensori. Ricordo che quando vide con Gian Luigi Rondi il film Il Divo in una saletta privata, disse: ‘È una vera mascalzonata‘. Ma non ha mai reagito, mai querelato, e noi per rispetto nei suoi confronti lo abbiamo assecondato, pur non essendo sempre d’accordo”. Ora, il 70enne figlio dell’ex premier parla della distanza tra l’immagine che di suo padre restituisce Bellocchio e quella che lui conserva nella memoria: “Premetto che non ho visto il film ma solo letto gli articoli in cui si fa riferimento a mio padre. Ma mi è bastato vedere altre opere di Bellocchio come quella sul mafioso pentito Tommaso Buscetta, che ha fatto apparire quasi come un eroe. Quanto al cinismo: la cosa intollerabile è che dipingano mio padre come se fosse responsabile dell’assassinio di Aldo Moro, insensibile ai tentativi di salvarlo. Di più, quasi d’ostacolo alle trattative. Questa è una profonda falsità politica e ingiustizia storica”.

Negli anni e attraverso vari film, secondo Stefano Andreotti l’immagine de “Il Divo” e della sua famiglia è stata “data sulla base di pregiudizi”: “Mio padre era esattamente l’opposto di quanto si diceva. In famiglia era pieno di umorismo, di attenzioni, di vita. E, sembrerà strano ad alcuni, di gesti affettuosi”, racconta. E ribadisce di essere un figlio orgoglioso: “E voglio ricordare quanto fosse diverso da come lo raffigura la vulgata: colluso con la mafia, o così cinico da fare ammazzare Moro. Ricordo le serate con monsignor Pasquale Macchi, braccio destro di Paolo VI, a casa nostra in Corso vittorio Emanuele, a Roma, alla disperata ricerca di un canale per salvare Moro. Pensi che quando quel terribile 9 maggio del 1978 Francesco Cossiga chiamò mio padre per dirgli che era stato ritrovato, per qualche attimo sperò che lo avessero liberato e non ucciso. Era un uomo con la coscienza pulita, e lo dimostra la serenità con la quale ha affrontato la morte. Aveva una fede profonda in Dio, che io non ho così profonda”.

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