Il sopralluogo del team di esperti per conto del ministero della Salute alla Riserva Naturale dell’Insugherata di Roma, la zona in cui sono stati individuati i primi casi di peste suina, è terminato nel tardo di pomeriggio di giovedì. Un momento importante e decisivo per determinare la situazione epidemiologica e la strategia futura per impedire che il virus esca dall’area del Grande raccordo anulare e si diffonda altrove, con conseguenza sanitarie ed economiche devastanti. Tra loro c’era Francesco Feliziani, medico veterinario
responsabile del Centro di referenza nazionale Pesti Suine dell’Istituto zooprofilattico sperimentale Umbria e Marche, che però ritiene che sia ancora possibile “eradicare la malattia”.

Come è andato il sopralluogo?
È stato prezioso perché abbiamo visto cinghiali sani e malati: due striati, uno morto, uno moribondo e altri sette/otto al pascolo.

Ora che avete visto con i vostri occhi qual è situazione quale deve essere la strategia?
Gli step sono diversi: prima dobbiamo capire cosa abbiamo davanti e se l’infezione è rimasta qui, dentro al Raccordo. Dopo dobbiamo provare a contenere la popolazione infetta e a quel punto si può pensare di intervenire sui cinghiali. Ma non prima di questi passaggi. Il nostro parere (del gruppo operativo nazionale degli esperti per la PSA nei selvatici) si rifà comunque a linee guida europee che sono consolidate. Sorveglianza e contenimento e poi le altre misure. Tra cui quella di ridurre la popolazione dei cinghiali.

Se domani un cinghiale colpito da peste suina venisse trovato al di fuori della zona infetta cosa succederebbe?
Speriamo di no, perché tutto il sistema avrebbe un collasso. L’infezione all’interno del Raccordo ha qualche chance di essere contenuta e quindi di essere gestita. Se l’infezione arriva altrove tutto diventa più complicato. Dobbiamo puntare all’eradicazione che è ancora un obiettivo raggiungibile sia in Liguria e Piemonte, sia nel comune di Roma e sia in Sardegna dove la peste suina è presente dal 1978.

Questo ottimismo allora da dove arriva?
La presenza in Sardegna negli anni è stata sottostimata in termini di conseguenze e di impatto. Più recentemente si è avuta consapevolezza del disastro che provoca, la suinicoltura sarda è praticamente rimasta indietro di 30 anni, e negli ultimi sette anni sono stati applicate misure draconiane. Per esempio l’abbattimento del fattore di rischio principale che è rappresentato dai suini tenuti al pascolo brado in maniera illegale. Abbattuti quelli e ridotto il loro ruolo epidemiologico c’è stata una inversione di tendenza molto importante e riteniamo che la malattia possa essere stata eradicata. Dobbiamo solo dimostrarlo.

Gli agricoltori dicono che le misure decise per Roma sono più blande di quelle adottate in Piemonte e Liguria. È possibile?
Le misure sono le stesse. La differenza è l’ambiente: quello urbano offre delle caratteristiche diverse da quello prettamente silvestre di Piemonte e Liguria. Quest’ultima è un’area più estesa rispetto alla piccolissima area di circolazione virale individuata nel comune di Roma. Le misure impattano su meno attività e meno interessi. La ratio è la stessa.

Visto che l’area romana è così piccola sarà possibile individuare così il “paziente zero”?
Per noi a questo punto il paziente zero è un dettaglio che ci far perdere di vista il vero contesto della malattia. L’epidemiologia è una scienza che studia le popolazione e queste sono malattie che si gestiscono di popolazione. È inutile concentrarsi sul singolo soggetto. Noi adesso facciamo adesso molta attenzione su ogni caso perché siamo all’inizio e dobbiamo capire dove è l’infezione, da dove è arrivata e dove potrebbe arrivare. A noi però interessa guarire la popolazione, eradicare l’infezione non guarire il singolo animale che è un dettaglio e non il centro del problema.

Con il Covid abbiamo visto quanto è importante la globalizzazione nella diffusione, ma la peste suina africana come è arrivata in Europa?
Perché i virus viaggiano. Con le navi, con le ruote dei camion, con le scorte alimentari e anche con i rifiuti dei viaggiatori. È un virus che ha una enorme resistenza e il suo appiglio prima o poi lo trova. Questa è la storia della prima ondata epidemica che è partita in dall’Africa alla fine degli ’50 e la storia della seconda ondata epidemica che nel 2007 è partita dal Caucaso e adesso è in cinque continenti.

Anche noi possiamo essere vettori
Quando abbiamo abbandonato il sopralluogo ci siamo attentamente disinfettati le scarpe. Tanti piccoli allevatori che magari vanno a caccia o nei boschi a funghi, poi rientrano e quando vanno a governare i loro animali possono portare il virus. L’uomo sicuramente ha un ruolo importantissimo. Dal Caucaso l’infezione non si è spostata in Turchia o Iran dove c’è il cinghiale, perché non c’è l’uomo che governa il maiale. Dove l’uomo interagisce con cinghiale e maiale ecco il virus ha trovato spazio e possibilità di diffusione.

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