Non sono stato uno di quegli adolescenti o ragazzi che fischiavano per strada alle ragazze, né ho mai usato espressioni volgari o aggressive per fargli un “complimento” o attirare la loro attenzione. Non lo facevo per la vergogna e il senso di disagio che provavo nei confronti di molti dei miei compagni di giochi o amici, a cui invece riusciva benissimo. Per molto tempo ho attribuito questa mia caratteristica alla timidezza, o addirittura a un’incapacità di relazionarmi con l’altro sesso, com’è naturale che sia per un maschio.

Ci ho ripensato in questi giorni, leggendo dei molti casi di molestie verbali nei confronti di ragazze e donne da parte degli alpini, il cui raduno è avvenuto nella splendida Rimini in cui vivo. Ho trovato ingiusto e insensato attribuire la colpa all’intero corpo militare – come pure è stato fatto da alcuni professionisti del genere offeso, esponenti di una certa sinistra ipocrita quanto sterile. Certo, si potrebbe e dovrebbe ricordare che numerosi casi del genere si erano verificati anche nelle precedenti adunate degli alpini, a Milano nel 2019 e ancor di più a Trento l’anno precedente. Casi puntualmente segnalati e denunciati dall’Associazione “Non una di meno”. Credo sia per questo che l’Ana (associazione nazionale alpini) ha inserito nelle regole di comportamento corretto anche il “divieto di atteggiamenti molesti e insultanti verso le donne”.

Proviamo a ragionare su tutti questi aspetti fuori dagli schemi del “luogocomunismo”. Innanzitutto la generalizzazione verso il corpo degli alpini, secondo me sbagliata per due ragioni. La prima riguarda il fatto che operare una tale generalizzazione – per cui si finisce col condannare tutta la categoria, a fronte di alcuni casi pur gravi – significa attuare lo stesso metodo barbaro dei misogini: annullare l’identità individuale della persona di sesso femminile per etichettarla come “donna” e, in virtù di questo, privarla di quel rispetto che sarebbe dovuto a ogni essere umano. In secondo luogo, si tratta di un errore perché rimuove il problema vero: non il corpo degli alpini, bensì gli immancabili casi di molestie alle donne che avvengono quando si riuniscono migliaia di uomini in libera uscita e in gruppo.

Sì, il nostro paese è ancora afflitto da una diffusa cultura maschilista che, specialmente quando sono in gruppo, spinge gli uomini a voler attirare l’attenzione delle donne in maniera degradante e offensiva – quando non aggressiva – dimenticando che dietro all’astrazione generica (donna) vi è una persona che può sentirsi ferita, spaventata, umiliata da tali atteggiamenti. E no, non è “soltanto un fischio”, un approccio, un complimento del maschio alla femmina. Solo una cultura retrograda e una maleducazione di altri tempi possono scambiare per gesti innocui o naturali quelli che in realtà sono comportamenti ottusi e invasivi della sfera intima di una persona. Fra l’altro – sarà ora di ribadirlo con forza – ci vuole tutta l’ottusità di un maschio rozzo e incapace per pensare di conquistare l’interesse di una donna con un fischio o una battuta pesante. Se larga parte della popolazione maschile non fosse affetta da maleducazione sentimentale, saprebbe che nulla risulta meno erotico e intrigante per una donna della volgarità esplicita e fine a se stessa.

Ma occupiamoci anche dei professionisti del genere offeso. Quelli – specialmente politici, ma non solo – che si fanno sentire con puntualità svizzera quando c’è da finire sui giornali o comunque mettersi in mostra, ma di cui sfugge l’impegno concreto contro lo scempio dei diritti sociali che sta avvenendo in questa epoca. Scempio di cui le donne pagano il prezzo più alto. Abbiamo gli stipendi e in generale gli emolumenti più bassi d’Europa, nonché una legislazione sul lavoro che ormai non tutela più per nulla alcune fasce, soprattutto i giovani e le stesse donne.

È un problema soprattutto della sinistra, quando la politica utilizza la sacrosanta difesa dei diritti civili per mascherare la propria incapacità di tutelare quelli sociali. In un mondo auspicabile non dovrebbero esserci uomini maleducati sentimentalmente e donne vittime di molestie verbali, ma prima ancora di questo dovrebbero esserci individui (al di là del genere sessuale) che portano a casa uno stipendio congruo e vedono tutelata la propria dignità sul luogo di lavoro. La squallida vicenda dell’imprenditrice Elisabetta Franchi – che fra le altre cose ha dichiarato di non assumere né assegnare ruoli dirigenziali alle donne sotto gli “anta” (perché perdono tempo a fare figli) – ce lo dice con chiarezza: lotta di classe e ingiustizie sociali vanno ben oltre le differenze di genere.

Troppi furbetti della politica vorrebbero farci dimenticare che a monte del problema di cui ho parlato c’è un paese che mortifica l’istruzione e l’educazione, nella stessa misura in cui ha rinunciato alla tutela dei diritti sociali di uomini e donne. Oppure continuiamo a pensare che sia tutta colpa degli alpini e di alcuni maschietti decerebrati…

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