“Sono passati 22 anni da quando ho messo piede qui a palazzo Mignanelli, assieme a Maria Grazia Chiuri, per disegnare gli accessori della maison: per otto anni ho lavorato con Valentino e Giancarlo Giammetti, poi in team con Maria Grazia, poi da solo. La mia storia coincide per buona parte con quella di lui: per me non è solo il fondatore, l’Imperatore della moda, la leggenda conosciuta da tutti, ma una parte di me”. Pierpaolo Piccioli non parla spesso del suo maestro, o meglio, non lo fa a parole, quanto piuttosto con il linguaggio della moda; con le sue creazioni che hanno l’onore e l’onere di perpetuare nel mondo l’eredità di Valentino Garavani. Ora, però, in occasione del 90esimo compleanno dello stilista consacrato alla storia come l’”Ultimo Imperatore” della Moda, Piccioli gli ha dedicato un accorato scritto pubblicato sulle pagine dell’ultimo numero di “D – La Repubblica”. Un testo in cui il direttore creativo di Maison Valentino ripercorre gli intrecci della sua storia personale con quella del “sarto di Voghera”, al secolo Valentino Clemente Ludovico Garavani, che compie oggi, 11 maggio, 90 anni.

Quando parlo di Valentino, parlo anche di me. Io Valentino l’ho conosciuto attraverso le immagini dei fotografi e le pagine delle riviste, stando tra la folla in via Condotti a guardare le sue sfilate a Donna sotto le Stelle, cercando di cogliere Dalma e Pat Cleveland in passerella – racconta Piccioli -. Il mio primo vestito di haute couture l’ho visto da vicino quando sono arrivato qui, ed è esattamente questo il motivo per cui ho sempre sognato di lavorare o per Yves Saint Laurent o per Valentino Garavani: loro sono stati gli ultimi, veri couturier, e io volevo imparare da loro”. E se Saint Laurent ha fatto del nero il suo colore per eccellenza, Valentino Garavani ha consacrato per sempre il rosso, il rosso Valentino, facendone un simbolo di eleganza, raffinatezza, esclusività, lusso e magia. La leggenda vuole che lo stilista se ne innamorò durante un viaggio in Spagna, a Barcellona, quando era ancora solo un apprendista nell’atelier parigino di Jean Dessès. Prima di lui, già Christian Dior aveva tentato, nel 1947, di portare in passerella quel colore ma era stato costretto a desistere, perché all’epoca veniva ancora considerato volgare, troppo sfacciato, assolutamente non adatto a una “signora”. Negli anni Sessanta, però, i tempi erano cambiati, la donna non era più solo moglie o amante, era diva del cinema o musa carismatica come Jackie Onassis, modelli perfetti per incarnare l’ideale di bellezza assoluta che Valentino inseguiva con i suoi abiti. Ha vissuto e lavorato a cavallo di due epoche, ultimo esponente di quell’Alta Moda sublimata tipica della prima metà del XX secolo che ha saputo far confluire in una nuova haute couture che si rivolgeva a uomini e donne moderni, facendo scoprire al mondo l’esistenza di quello che oggi chiamiamo “Made in Italy”, un sapere fatto di un estro creativo unico nel suo genere accostato ad una sapienza artigianale di tradizione secolare.

“Non farei mai un vestito con il colletto uguale a quello che lui aveva creato per sua sorella, in ossequio al suo lavoro: per me il vero omaggio è quello fatto senza reverenza, rispettando il suo spirito – scrive ancora Pierpaolo Piccioli nel suo flusso di coscienza sulle pagine di ‘D’ -. E lo scopo di Valentino è sempre stato trovare la bellezza assoluta, a prescindere da ciò che lo circonda. Io invece non riesco a non assorbire cosa ho attorno, ma ho imparato a tradurlo in bellezza. E la bellezza deve rispettare i canoni contemporanei, che è quello che sto facendo qui, oggi: non tradisco la sua ricerca, ma ne modifico i parametri”. Certo, dalla sua monsieur Valentino ha avuto il privilegio di poter vestire praticamente tutte le più grandi icone di stile del Novecento, modelle, socialite newyorchesi, First Lady e primedonne del palcoscenico, che si contendevano le sue attenzioni, influenzando il suo stile e contribuendo ad alimentare il mito della sua moda. E il suo ego. Le immagini che lo ritraggono in smoking e sciarpa bianca al braccio delle sue icone, da Diana Vreeland a Jaqueline Onassis a Sophia Loren fino a Naomi Campbell e Gisele Bündchen sono ormai storia.

Quello che più ho amato del lavorare con lui è stato il poter conoscere il valore umano della moda. Sia chiaro, Valentino sa colpire quando vuole, ma lo fa con un’innocenza priva di malizia. Una volta era infuriato perché le borse erano rimaste bloccate per la neve sulla via di Parigi, e quindi non le avrebbe potute vedere in anticipo prima della sfilata: ‘Nessun problema, appena arrivano le butto dalla finestra su Place Vendôme’, ripeteva. Poi, quando le ha viste, le ha fatte sfilare, senza battere ciglio. Gli erano piaciute”, ricorda ancora Piccioli che per dieci anni ha lavorato braccio a braccio con lui, fino a quel 4 settembre del 2007. La data in cui Valentino Garavani disse il suo addio alla moda, con una sfilata-evento passata alla storia e tre giorni di festeggiamenti esclusivi nella sua Roma tra party da mille e una notte e celebrità accorse da ogni parte del mondo. Le stesse che lo avevano amato e seguito nei suoi 47 anni di carriera e che poi era l’amato compagno e fidato socio Giancarlo Giammetti a dover gestire nei loro folli capricci da star. Ora, per colpa di questa pandemia che ha rivoluzionato gli approcci alla socialità, non c’è nessuna festa faraonica né ballo in maschera nel suo chateau francese in programma per i 90 anni di Valentino Garavani, solo una festa intima con i compagni di lavoro e gli amici di sempre, nella sua tenuta sull’Appia Antica, nella Capitale. Anche se sappiamo che non legge mai i articoli su di lui, “ero io a farlo per entrambi” ha rivelato Giammetti a Repubblica, puntuale protettore della bolla magica in cui ha sempre vissuto lo stilista, noi ci teniamo a fargli i nostri più autentici auguri. Buon compleanno mr. Valentino!

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