di Mario Pomini*

I sistemi tributari, dal momento che devono sostenere un volume di spesa gigantesco, sono macchine complesse, articolare, che hanno subito degli aggiustamenti più o meno coerenti nel tempo sotto la pressione di spinte di vario tipo. Sono, in definitiva, dei cantieri sempre aperti. Questo vale in particolare per l’imposta sul reddito, la nostra Irpef.

L’ultima novità di rilievo in questo campo è rappresentata dall’introduzione di una tassazione separata con aliquota unica per determinati redditi, la cosiddetta flat tax. Da ultimo, a beneficiare nel 2019 di questo intervento riformatore sono stati i redditi dei lavoratori autonomi (commercianti, professionisti ed artigiani) con un volume di affari inferiore ai 65.000 euro. A questi contribuenti, determinato il reddito con dei parametri ministeriali e quindi per via amministrativa, si applica un’aliquota fiscale del 15%, che è notevolmente più bassa della prima aliquota dell’Irpef che è del 23%. Ora, tutto il centrodestra, ma soprattutto l’agguerrita pattuglia leghista guidata dal commercialista padovano Massimo Bitonci, spinge per un ampliamento della platea dei beneficiari, richiedendo di alzare la soglia dei ricavi fino a 85.000 e anche a 100.000 euro, come nel progetto originario del primo governo Conte poi stoppato. Andiamo nella direzione giusta di un fisco più equo e razionale? Vediamo.

Qualche anno fa il centro-destra vagheggiava una corposa riduzione delle tasse per tutti i contribuenti, finanziata in parte con l’eliminazione delle detrazioni e deduzioni fiscali, e in parte con l’effetto Laffer, l’aumento delle entrate generato da una presunta crescita. Il progetto più ambizioso è consistito nell’approvazione della legge delega del ministro Tremonti nel 2003 che prevedeva due sole aliquote, del 23% e del 33%, oltre i 100.000 euro. Poi la delega non fu attuata perché l’applicazione delle nuove misure avrebbe creato una voragine nei conti dello Stato.

L’idea è stata allora abbandonata? No, e si è perseguita la strada molto elettorale delle mini flat tax per alcune categorie di redditi. La flat tax per i lavoratori autonomi è l’ultimo capitolo nella loro avanzata. Un trattamento fiscale di favore per questa tipo di contribuenti era già presente nel nostro sistema tributario fin dal 2008 con la riforma Visco, ma con delle severe limitazioni. La riforma del 2019 ha travolto questo fragile sistema, cambiandone la filosofia di fondo: non si trattava più di sostenere i piccoli operatori economici nella fase iniziale della loro attività, ma di anticipare, almeno per alcune categorie, la grande riforma della flat tax che avrebbe comportato una generosa riduzione delle tasse per tutti.

In effetti, i vantaggi fiscali per questa categoria di contribuenti sono sostanziali, con uno sconto fiscale medio di 5.300 euro l’anno, pari al 17% del reddito secondo le stime della relazione dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio per il 2019. Non sorprende quindi che nel 2019 ben 700.000 autonomi abbiano scelto il nuovo “regime fiscale di vantaggio”, per usare le parole della relazione ministeriale sull’analisi delle dichiarazioni dei redditi. Si tratta di 1,7 milioni di contribuenti che hanno dichiarato per il 2019 un reddito medio di 13.895 euro (reddito medio dei pensionati 18.290 euro), con una imposta annua media di appena 1.733 euro (imposta media dei pensionati 5.080 euro). Potremo chiamare questi contribuenti come i nuovi proletari delle partite IVA. Ora si vorrebbe estendere questa soglia di privilegio fiscale ben oltre i 65.000 euro, con un intervento potrebbe interessare 100-150 mila contribuenti con un costo notevolissimo per le casse pubbliche.

Le mini flat tax sono molto difficili da giustificare in base a principi di carattere generale. Di norma, sono motivate da elementi di opportunità come la semplificazione, la lotta all’evasione, la facilità di accertamento e simili. Ancor più problematico appare allora il caso della flat tax sul reddito da lavoro autonomo che è iniqua, perché redditi eguali sono trattati in maniera molto differente, e in totale contrasto con principi costituzionali contenuti nell’art. 53 che prevede un sistema tributario basato sulla capacità contributiva e sulla progressività. Le mini flati tax creano arbitrariamente dei paradisi fiscali per determinate categorie di contribuenti, alimentando ad arte le distorsioni del nostro sistema tributario.

La tassa piatta sul lavoro autonomo ha un effetto ancora più perverso sull’economia, e in definitiva anche sul sistema tributario, come alcuni hanno già segnalato. Se passa il progetto sostenuto fieramente dai leghisti avremo quasi due milioni di contribuenti che godono di un regime fiscale di privilegio. Questi contribuenti non potranno più detrarre dal reddito le spese tradizionali come quelle sanitarie, scolastiche, assistenziali. È facile immaginare allora che queste spese non saranno più certificate e che si ingrosserà il fiume dell’economia sommersa, che già vale più del 12% del Pil. In altre parole, la flat tax degli autonomi vanificherà ulteriormente tutti gli sforzi del governo per un fisco equo, razionale e sostenibile.

Se si vuole perseguire l’intento di una riduzione, ampiamente auspicabile, del carico fiscale, la via delle mini flat tax, come peraltro quella dei bonus, è quella meno razionale, e anche meno giustificabile perché crea arbitrarie divisioni tra contribuenti di serie A, che vivono nei paradisi fiscali nostrani creati dalla politica, e di serie B, che si sentono a questo punto trattati ingiustamente. Se il prof. Reviglio in un acuto libro degli anni Settanta descriveva un’Italia fiscale divisa tra tartassati ed evasori, il nuovo trend sembra essere basato sulla distinzione tra tartassati e privilegiati. Con l’evasione fiscale, pari ogni anno in Italia a 100 miliardi di euro, a fare da convitato di pietra.

La proposta contenuta nella delega fiscale del governo Draghi prevede ora un’ulteriore estensione del privilegio fiscale per gli autonomi, ma in maniera indefinita, senza indicare cioè l’aliquota e i limiti di reddito che saranno determinati successivamente con decreti governativi entro 18 mesi. Un governo che ha l’ambizione di definirsi di carattere tecnico, e quindi altamente qualificato, ha prodotto l’ennesimo pasticcio fiscale all’italiana, buono per il mercato elettorale. Il centrodestra può cantare vittoria, perché intanto ha messo le mani avanti, e il centrosinistra è a sua volta soddisfatto perché ha parato il colpo di un aumento dell’iniquità del nostro sistema fiscale. Nella sostanza la delega fiscale su questo punto non ha cambiato nulla e tutto è rimandato alla prossima tornata elettorale, nella quale tornerà senz’altro il tormentone della flat tax, all’italiana però che nel frattempo è diventata l’easy tax per gli autonomi.

*Professore associato di Economia Politica presso l’università di Padova
Articolo Precedente

Benzina e diesel, nei primi 10 giorni il rincaro del greggio si è “mangiato” due centesimi dello sconto. Cali più forti da aprile

next