Se qualcuno pensava, illudendosi, che per qualche motivo una guerra in Europa sarebbe stata meno sporca o più civile di uno dei tanti conflitti ignorati in Medio Oriente o in Africa, le immagini di Bucha stanno lì a smentirlo.

A Bucha è stato commesso il più grave, finora, crimine di guerra. Un’indagine indipendente dovrà accertare le circostanze in cui sono morte le decine di civili di cui sono stati rinvenuti i cadaveri e, naturalmente, i responsabili. Tutto porta a ritenere che questi siano le forze russe.

Scrivo “il più grave crimine di guerra” perché ve ne sono stati tanti altri nei 40 giorni precedenti la scoperta del massacro di Bucha e tutti, per la tipologia di armi usate e per altri elementi come la presenza delle forze russe nelle zone interessate, chiamano in causa queste ultime: attacchi con bombe a grappolo contro un asilo adibito a rifugio nell’oblast di Sumy, un giorno dopo l’invasione; bombe a caduta libera su centri abitati; la strage di 47 persone in fila per il pane nella città di Chernihiv; l’assedio contro la popolazione di Mariupol; altri attacchi con bombe a grappolo nella città di Kharkiv, soprattutto nel quartiere di Saltivka. Scopriremo tanto altro, temo.

Questi atti devono essere chiamati col loro nome, crimini di guerra, e non in altro modo. Li specificano così le Convenzioni di Ginevra, architravi del diritto internazionale umanitario, che contengono le norme che regolano la condotta di guerra e che separano ciò che è legale e ciò che è illegale.

Sono crimini di guerra gli attacchi deliberati e indiscriminati contro i civili, gli obiettivi civili e le infrastrutture civili; sono crimini di guerra gli attacchi sproporzionati, ossia quelli che pur intendendo colpire un obiettivo militare fanno danni ai civili superiori al vantaggio militare conseguito. Sono crimini di guerra gli stupri così come la tortura, le uccisioni e i rapimenti di civili e i trasferimenti forzati di persone da territori occupati. Sono crimini di guerra anche i trattamenti disumani dei prigionieri di guerra, in questo caso da parte delle forze ucraine nei confronti dei soldati russi catturati.

Su tutto quanto accaduto finora, e su quanto presumibilmente accadrà, dovrà esserci un accertamento della giustizia internazionale, che chiami in causa i presunti autori dei crimini di guerra, ne verifichi le responsabilità ed emetta le condanne. L’indagine del Tribunale penale internazionale è già in corso così come la raccolta delle prove dei crimini di guerra: l’obiettivo dell’indagine sarà risalire lungo la catena di comando, dagli ufficiali sul terreno ai ministri competenti fino a chi, ai vertici, come minimo non avrebbe potuto non sapere.

Il Tribunale penale internazionale ha mille limiti, il primo del quale è che le principali potenze non hanno aderito allo Statuto istitutivo o se ne sono ritirate. Ma è improprio considerarlo la corte dei vincitori. Ogni volta che ha provato ad allontanarsi dal terreno d’indagine consentito dai grandi interessi politici, ogni volta che non ha indagato solo sulle guerre africane ma ha voluto aprire indagini sull’Afghanistan o su Israele, sono partiti i tentativi di fermarlo. Se è singolare che a chiedere un’indagine internazionale siano proprio gli Usa, che vogliono starne al riparo per quanto riguarda l’Afghanistan, nondimeno il Tribunale è il migliore strumento della giustizia internazionale a disposizione del mondo per combattere l’impunità, che da sempre contraddistingue i dopo-guerra.

Oltre ad aver promesso armi alla popolazione ucraina, sarebbe il caso di cominciare a promettere giustizia.

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