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Economia & Lobby - 25 Marzo 2022

Gas pagato in rubli: così Mosca aggira le sanzioni

Gas pagato in rubli: così Mosca aggira le sanzioni

Sanzioni e contromisure di Putin

Il 7 marzo il rublo ha superato quota 160 rispetto al dollaro, più che dimezzando il suo valore rispetto a quello che aveva prima dell’invasione russa dell’Ucraina: la causa sono le dure sanzioni imposte a una parte del sistema finanziario russo e alla banca centrale del paese. Da quel giorno, però, gran parte del deprezzamento è stato riassorbito.

Le contromisure introdotte dall’amministrazione russa il 5 marzo, con l’obbligo per gli esportatori di convertire in rubli nel mercato interno l’80 per cento degli incassi in valuta estera realizzati nei tre giorni precedenti e con precisi vincoli quantitativi imposti a tutti i residenti per il ritiro e l’esportazione di valuta estera dalla Russia, hanno avuto effetti significativi. Così facendo Mosca ha aggirato la difficoltà della banca centrale russa nel difendere il cambio, perché impossibilitata a utilizzare i depositi in valuta estera congelati sulle piazze europee, americane e svizzere. Agli esportatori è stato imposto di sostituirsi alla banca centrale nel fornire agli importatori, attraverso il mercato finanziario russo, la valuta estera necessaria per continuare ad approvvigionarsi all’estero, contrastando le pressioni alla sua tesaurizzazione che provocano scarsità e che ne apprezzano il valore.

Lo stesso meccanismo opera per il regolamento di tutti i conti con l’estero, quindi non soltanto per finanziare le importazioni, ma anche per il pagamento di cedole, interessi e rimborso dei prestiti autorizzati nell’ambito delle sanzioni, come appunto il pagamento in dollari degli interessi sul debito pubblico avvenuto nell’ultima settimana. Con il passare del tempo e l’afflusso netto di valuta (la Russia rimane un’economia con surplus di partite correnti e quindi ottiene afflussi netti di valuta estera), il cambio reagisce alla funzione imposta agli esportatori e al blocco dei capitali. La valuta estera nel mercato russo diviene sempre meno scarsa e di conseguenza il cambio del rublo ha riacquistato valore.

Il 23 marzo è poi arrivata la decisione del premier russo di far pagare ai clienti “ostili” le forniture di gas russo in rubli.

Un flusso di valuta estera verso la Russia

Cosa aggiunge questa decisione a quello che già avveniva prima? Non molto dal punto di vista quantitativo, di domanda e offerta di moneta, se non per il fatto che invece di convertire l’80 per cento della valuta estera in rubli, si convertirebbe il 100 per cento (obiettivo che poteva esser già ottenuto fissando l’obbligo di conversione totale). Se prima gli esportatori russi ottenevano euro dalla vendita di gas ed erano obbligati a scambiarlo con il rublo (cedendo euro agli importatori o alla banca centrale o ad altre istituzioni finanziarie russe), adesso riceveranno direttamente rubli.

Per capirne gli effetti dobbiamo ragionare in termini qualitativi, sulla base dei soggetti a cui verrebbe imposto l’obbligo di conversione: le aziende che importano gas. Con un po’ di dietrologia, potremmo ad esempio pensare che Putin non si fidi tanto di loro. Eventuali comportamenti elusivi da parte delle aziende ridurrebbero la valuta estera che entra in Russia: obbligare le imprese estere a comprare rubli sana la situazione.

Se però guardiamo agli aspetti economici ci sono altre due considerazioni da fare. La prima riguarda come il mercato del rublo si potrebbe estendere con l’ultima mossa. Gli scambi del rublo verso le principali valute occidentali non sarebbero più confinati nel mercato russo, ma si riattiverebbero anche sulle piazze estere e il rischio di cambio, che adesso è molto basso per gli importatori occidentali (poiché importano tutto il gas in euro o dollari), potrebbe aumentare e determinare una domanda di strumenti di copertura. In un mercato più ampio, la liquidità in rubli sarà necessariamente fornita dalle banche russe, che riavrebbero così un maggior ruolo nel sistema finanziario che le metterebbe al riparo da ulteriori sanzioni.

Si arriva così alla seconda considerazione, quella delle sanzioni, che è forse la ragione principale della nuova mossa di Mosca. Il cambio del rublo è sostenuto dai rimpatri di valuta estera da parte degli esportatori. I rimpatri sono consentiti per precise esclusioni dalle sanzioni. Se le esclusioni venissero tolte e fosse impossibile per le banche russe transare e rimpatriare la valuta estera degli esportatori, gli importatori russi perderebbero l’accesso alla liquidità che arriva dai mercati occidentali e la stabilizzazione del cambio diventerebbe più complicata.

Noi occidentali potremmo, al limite, continuare a importare gas, pagarlo in dollari ed euro, ma quel corrispettivo non sarebbe più a disposizione nell’economia russa per finanziare le importazioni. Con la decisione del 23 marzo, invece, chi vuole continuare a importare gas dovrà rivolgersi direttamente alle banche russe, le uniche in grado di fornire rubli al mercato, facendo affluire in Russia i depositi di valuta estera per scambiarli con la moneta locale per il pagamento. Il flusso di valuta estera continuerebbe ininterrotto fino a quando l’Occidente non decidesse di chiudere, definitivamente, gli acquisti di gas e petrolio dalla Russia. Cosa più semplice a dirsi che a farsi.

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