Si fa chiamare Jane. Ma è Yevhunia Korshunova, la prima ballerina del teatro dell’Opera di Kiev appena fuggita dalla guerra con il figlio Misha di quattro anni. Arrivata a Trento pochi giorni fa dopo un viaggio assurdo e diversi tentativi falliti di abbandonare la capitale ucraina, ora è ospite di una pensione per rifugiati. Lascia nella città assediata il marito Oleksii Potiomkin. Anche lui ‘principal’ dell’Opera nazionale Ucraina. La sua foto in tuta mimetica e fucile, accostata a quella di principe del balletto, è diventata virale sui social. E mentre il mondo della danza si è già mosso per offrire a Jane opportunità di lavoro in Italia, a dimostrazione che l’arte è un ponte fra culture, Jane non può non pensare in ogni momento a ciò che sta accadendo in patria. Perché è lì che vuole tornare presto.
Jane, riesce a comunicare con suo marito?
Ci scriviamo in messaggistica istantanea ogni giorno e a volte ci chiamiamo. Provo a mandargli le nostre foto e i nostri video, perché so che questo è un grande supporto per lui.
Come ha vissuto la decisione di Oleksii di abbandonare la scena per andare a combattere?
Quando tutti hanno detto che poteva iniziare davvero la guerra, abbiamo discusso di questo problema a casa. Mio marito è un vero patriota e la sua decisione è stata ferma. Naturalmente, avevo dei dubbi sulla correttezza di questa decisione. Ma quando è iniziata la vera guerra, l’ho sostenuto. L’unica cosa che gli ho chiesto è stata di aiutare e organizzare la sicurezza mia e di nostro figlio.
Quale la situazione a Kiev dall’inizio dell’assedio russo?
Abbiamo passato sei giorni in un bunker a Kiev. E stato un periodo difficile, ma eravamo lì con tutta la famiglia e questo ci ha semplificato le cose. Abbiamo provato a lasciare Kiev per tre volte io e mio figlio e non ci siamo riusciti. Volevamo partire subito, la mattina del 24 febbraio, ma non era realistico, tutte le strade erano piene di file di auto. Poi abbiamo provato a partire in macchina il 25 febbraio e in sei ore non siamo nemmeno riusciti a lasciare la città. C’erano ingorghi ovunque. Allora siamo tornati al bunker.
E poi? Quali altri tentativi avete fatto per uscire dall’Ucraina e raggiungere l’Italia?
Prima abbiamo pensato di andare in treno in Polonia, ma quella destinazione era impossibile. Allora il 2 marzo siamo saliti su un treno per Leopoli. Siamo stati in piedi per 12 ore, anche se di solito ce ne vogliono solo 6. È stato molto difficile. Poi a Leopoli abbiamo aspettato che qualcuno guidasse la nostra auto e ce la portasse. Mio ​​marito era contrario che usassimo l’auto, dato che diverse persone erano state uccise a colpi di arma da fuoco proprio mentre guidavano sulla strada. Ma io volevo avere con me la macchina, perché se un missile colpisse il nostro appartamento, allora almeno qualcosa rimarrebbe con noi, anche solo l’auto. Così l’8 marzo, siamo partiti per l’Europa. E siamo arrivati a Trento.
Avete parenti in Italia? Qualcuno che vi può aiutare?
No. A Trento siamo ospiti in una pensione per rifugiati dall’Ucraina. Ma la rete della danza è davvero speciale. La prima a muoversi è stata Alessandra Tognoloni dei Balletti di Montecarlo, poi Laura Fiora, direttrice della scuola Studio danza Monza che il primo aprile mi ha invitato a fare uno stage e a parlare ai ragazzi di quanto sta succedendo.
Una rete internazionale solidale quella della danza?
Grazie al loro appello e alle decine di mail inviate al mondo della danza ho appena ricevuto anche l’invito di Aldo Masella del Centro studi coreografici teatro Carcano di Milano. Ma so che molti artisti si stanno muovendo e sono molto grata. Voglio trovare un lavoro in Italia, ho molta esperienza professionale che sarò felice di condividere con i miei studenti. Ma, ovviamente stiamo tutti aspettando la fine della guerra per tornare a casa.
Come vede lo sviluppo della situazione di guerra?
Sono sicura che difenderemo tutti i nostri territori e l’Ucraina si svilupperà come Stato europeo.
Per voi ucraini la guerra è iniziata il 24 febbraio?
In Ucraina la guerra non è iniziata nel 2022, ma nel 2014 (con l’annessione della Crimea, ndr). Quando abbiamo capito che prima o poi Putin avrebbe voluto impadronirsi dell’intero territorio dell’Ucraina. Mio marito ha frequentato corsi di formazione speciali per cure mediche, per essere pronto a questo.
Come sta vivendo questo difficilissimo periodo il piccolo Micha?
Mio figlio tiene duro, certo la strada per arrivare qui era lunga e per lui è stato difficile. Ora siamo al sicuro, ma gli manca la comunicazione con i bambini. A Kiev andava all’asilo, in piscina, all’aikido, ai corsi di inglese e di lettura. Non è abituato ad avere molto tempo libero. E’ molto attivo e spero davvero che riusciremo a iscriverlo a un asilo in Italia, così troverà presto degli amici.
Suo marito quando vi sentite parla di ciò che sta accadendo a Kiev sul fronte della guerra?
Mio marito e io non parliamo della situazione al fronte, non può divulgare informazioni. Manca così tanto, a me a mio figlio, che l’ultima cosa che vogliamo, quando ci sentiamo, è parlare della guerra.

Sostieni ilfattoquotidiano.it:
portiamo avanti insieme le battaglie in cui crediamo!

Sostenere ilfattoquotidiano.it significa permetterci di continuare a pubblicare un giornale online ricco di notizie e approfondimenti, accessibile a tutti.
Ma anche essere parte attiva di una comunità e fare la propria parte con idee, testimonianze e partecipazione.


Grazie Peter Gomez

Sostienici ora Pagamenti disponibili
Articolo Precedente

Crozza per la prima volta nei panni di Cingolani: “Sono ministro e non so perché…”

next
Articolo Successivo

Crozza, il monologo e la replica all’accusa di non schierarsi: “I veri neneisti sono quelli che vogliono mandare le armi restando sul divano”

next