Vent’anni fa, oggi, veniva ucciso Marco Biagi: il giuslavorista, consulente del ministero del Lavoro, fu colpito a morte da un commando delle Nuove Brigate Rosse, mentre tornava a casa, sotto il portico di via Valdonica, nel ghetto ebraico di Bologna. Tutta la politica, tra ieri e oggi, ha ricordato il professore bolognese, a partire dalle più alte cariche dello Stato e da tutti i leader di partito. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in una lunga dichiarazione, ha ricordato che “epigoni della criminale avventura brigatista, in preda al più cupo delirio ideologico, colpirono a morte, al ritorno a casa dopo la giornata all’Università, un uomo appassionato e inerme, uno studioso aperto ai fermenti della società”. Biagi, continua il capo dello Stato, “apparteneva alla schiera di giuslavoristi impegnati a cogliere le trasformazioni in atto nel mondo del lavoro e ad accompagnarle nelle proposte di innovazione anche normative per confermare il significato dell’affermazione contenuta all’articolo 1 della nostra Carta Costituzionale“. Il presidente ha ricordato che prima di Biagi erano stati uccisi altri “coraggiosi riformatori” come Ezio Tarantelli (ammazzato nel parcheggio della Sapienza nel 1985) e Massimo D’Antona (colpito all’uscita di casa in via Salaria a Roma nel 1999). “Ciò che il terrorismo pretendeva di cancellare – sottolinea il presidente della Repubblica – era proprio la capacità di dialogare, di connettere i diritti con le trasformazioni in atto nell’economia e nella società, di tenere viva la mediazione tra istituzioni, imprese, forze sociali, per sostenere lo sviluppo del Paese unitamente ai valori di equità e giustizia. Le testimonianze di Marco Biagi e di queste personalità fanno parte della memoria della Repubblica e restano esempi per la nostra comunità, ai quali possono guardare i giovani che vogliano essere protagonisti e costruttori di un domani migliore”.

Biagi fu preso di mira dai “nuovi brigatisti” perché uno degli ispiratori della legge 30 – con il suo libro bianco sul mercato del lavoro – che poi gli è stata, di fatto, intitolata. La sua morte fece prendere coscienza che il rischio del terrorismo per l’Italia e per Bologna non era ancora chiuso e la memoria è stata a lungo accompagnata da polemiche, puntate sul fatto che un uomo ucciso in un attacco eversivo allo Stato, dallo stesso Stato non era stato sufficientemente protetto, dal momento che la scorta gli era stata revocata.

I processi sull’omicidio si sono conclusi nel 2009 con la sesta e ultima condanna, di Diana Blefari Melazzi, suicida in cella poco dopo la sentenza definitiva del carcere a vita. Condanne all’ergastolo erano arrivate prima anche per Nadia Desdemona Lioce, Roberto Morandi, Marco Mezzasalma; 21 anni per Simone Boccaccini e dieci anni, cinque mesi e dieci giorni per la pentita, Cinzia Banelli.

La svolta nelle indagini ci fu il 2 marzo 2003, quando su un treno la Polizia ferroviaria intercettò due tra i capi del gruppo eversivo: Mario Galesi, che venne ucciso, e Nadia Lioce. Nella sparatoria sul treno Roma-Firenze rimase ucciso anche il soprintendente della polfer Emanuele Petri e ferito seriamente il suo collega Bruno Fortunato. Gli investigatori, dopo l’arresto di Lioce, riuscirono a ricostruire il gruppo di fuoco e i complici che avevano dato supporto. Sei responsabili per la giustizia italiana e nessun elemento su ulteriori partecipanti. Nel 2016 la Procura di Bologna ha archiviato anche la posizione di 12 brigatisti “irriducibili”, in carcere all’epoca degli omicidi Biagi e D’Antona, indiziati inizialmente di avere avuto un ruolo nei delitti.

La vicenda della mancata scorta conobbe una prima inchiesta, subito dopo l’assassinio. Nel 2003 si chiuse con la richiesta di archiviazione da parte della procura per l’accusa di cooperazione colposa in omicidio per l’allora direttore dell’Ucigos, Carlo De Stefano, il suo vice Stefano Berrettoni, il questore Romano Argenio e il prefetto Sergio Iovino. Le Br, fu la conclusione del gip, che archiviò, scelsero di colpire il professor Biagi anche perché gli fu tolta la protezione, per una serie di errori sia a livello centrale che periferico, che però non avevano rilievo penale.

La seconda indagine ha portato a oltre 70 pagine di ricostruzione storico-investigativa per mettere in fila presunte omissioni, negligenze e responsabilità, ma non ha mai avuto un vaglio di un giudice che entrasse nel merito: è caduta infatti nel vuoto la “sfida” rivolta nel 2015 dalla Procura di Bologna alle persone indagate, l’allora ministro dell’Interno Claudio Scajola e l’ex capo della Polizia Gianni De Gennaro, a rinunciare alla prescrizione. Proprio Scajola era stato costretto alle dimissioni dopo un’esternazione fatta a tre mesi dall’omicidio: “Biagi era un rompicoglioni che voleva il rinnovo del contratto di consulenza”.

Sulla memoria di Marco Biagi e sulla riforma a suo nome il mondo politico, economico e sindacale ha litigato per anni. Sullo sfondo, il silenzio della vedova Marina Orlandi, rotto solo dieci anni dopo l’omicidio, quando disse: “Dopo che persone infami lo hanno ucciso, il suo nome è stato associato alla precarietà: questa è una bugia terribile. Marco anzi voleva proteggere chi si sarebbe trovato in questa difficolta”. “Era un cavaliere che si batteva con la sua intelligenza per difendere i più deboli – lo ha ricordato venerdì l’arcivescovo di Bologna Matteo Zuppi – Oggi abbiamo ancora bisogno di cavalieri che si battano con cuore e intelligenza per difendere i diritti dei più fragili”.

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