Un regolamento adottato dal Comitato di garanzia. È attorno a questo oggetto misterioso che ruota il caos in casa 5 Stelle, dopo l’ordinanza cautelare del Tribunale di Napoli che ha sospeso il nuovo statuto e l’incoronazione di Giuseppe Conte a presidente. Secondo i giudici, quell’atto – necessario per escludere dall’assemblea gli iscritti da meno di sei mesi – non è mai esistito. Ma la dirigenza del Movimento è pronta a dimostrare che invece esiste ed è in vigore: addirittura dall’8 novembre 2018, quando fu approvato su proposta dell’allora capo politico Luigi Di Maio. A provarlo è uno scambio di mail avvenuto quel giorno tra Di Maio e Vito Crimi, allora presidente del Comitato di garanzia, la cui esistenza e il contenuto sono stati confermati al fattoquotidiano.it dallo stesso Crimi. Nel messaggio – con oggetto “Parere su accesso al voto durante l’assemblea degli iscritti” – l’attuale ministro degli Esteri propone che il criterio dell’iscrizione da almeno sei mesi, già in vigore per le consultazioni su Rousseau, venga esteso alle votazioni in assemblea. E Crimi, a nome del Comitato, dà l’ok. Tanto bastava, secondo gli organi di allora, per considerare la norma valida ed efficace. Come risulta d’altra parte dalla stessa convocazione (datata 17 luglio) dell’assemblea che ha votato le modifiche allo statuto il 2 e 3 agosto: “Si specifica che potranno votare solo gli iscritti da almeno sei mesi, con identità certificata, come da regolamento adottato dal Comitato di garanzia”, recitava il post firmato, ancora una volta, da Crimi.

Il passaggio in cui si cita l’esistenza del regolamento

Se così fosse, verrebbe meno tutto il castello giuridico su cui il Tribunale di Napoli ha costruito la propria decisione. Accogliendo il reclamo di tre militanti contro una precedente ordinanza, i tre giudici della Settima sezione civile (uno dei quali, Eduardo Savarese, collabora regolarmente con il Riformista dove cura una rubrica culturale) hanno scritto che “l’assemblea del 3 agosto 2021 è stata indetta con l’esclusione degli iscritti da meno di sei mesi (…) in assenza di un “regolamento adottato dal Comitato di garanzia, su proposta del Comitato direttivo”, come risulta dall’istruttoria processuale”. Di fatto però il regolamento c’era da quasi tre anni, anche se a proporlo non era stato il Comitato direttivo – introdotto a febbraio 2021, ma mai eletto bensì il capo politico, l’organo equivalente nel vecchio statuto. E lo si trova citato nelle convocazioni di più assemblee (ad esempio a luglio 2019 e febbraio 2021) le cui delibere non sono state impugnate da nessun partecipante. Un dato valorizzato anche dall’avvocato del Movimento, il professor Francesco Astone, nelle memorie depositate sia in sede di merito sia in sede cautelare: “L’esclusione degli iscritti da meno di sei mesi era una prassi su cui nessuno aveva mai trovato da ridire. La adottano tutte le associazioni, non solo il Movimento: serve a evitare le cordate di iscrizioni al solo scopo di influenzare il voto”, spiega al fattoquotidiano.it. “E nessuno sano di mente avrebbe può credere che aprendo l’assemblea ai nuovi iscritti il risultato sarebbe cambiato: al massimo il consenso per Conte sarebbe stato ancora più alto“.

Nelle memorie difensive tuttavia non si approfondisce l’esistenza della norma del 2018, sottovalutando che quel vecchio scambio di mail tra Di Maio e Crimi avrebbe potuto risultare decisivo: anche perché il primo oggetto della causa dei tre attivisti non era nemmeno l’esclusione dei nuovi iscritti, ma un generico problema di convocazione dell’assemblea. In ogni caso, la convinzione era che il tentativo avrebbe fatto poca strada. E infatti il giudice che si è pronunciato in prima istanza – lo stesso che ha in mano la causa di merito – aveva rigettato la domanda cautelare negando i presupposti d’urgenza, “non riscontrabili all’esito della comparazione fra l’interesse dei ricorrenti alla sospensione della delibera e quello dell’associazione convenuta (e quindi di tutti gli altri associati), alla prosecuzione dell’attività politica in linea e sulla base delle prescrizioni contenute nelle delibere impugnate, approvate da ampia maggioranza degli ammessi al voto e nei confronti delle quali non risultano esser state formulate impugnazioni, se non quelle dei tre attuali ricorrenti”. Detto in altri termini: il ricorso di tre persone non può vanificare il voto, legittimamente espresso, di altre 60mila.

L’ordinanza di primo grado affrontava anche un altro punto debole della causa, quello della competenza territoriale: il Tribunale giusto a cui rivolgersi, secondo la difesa del Movimento, sarebbe stato quello di Roma, dove l’associazione ha sede. Nonostante ciò, in attesa della decisione di merito sul punto, il collegio ha scelto comunque di ordinare la sospensione cautelare. “È un principio pericoloso“, dice il professor Astone al fattoquotidiano.it, “perché in questo modo chiunque potrebbe scegliersi il giudice a cui chiedere un provvedimento d’urgenza, anche se palesemente incompetente”. Ora il Movimento deve scegliere se riconvocare l’assemblea con un nuovo regolamento (che ammetta anche gli iscritti da meno di sei mesi) o attendere il giudizio di merito (le conclusioni sono in programma il prossimo 8 marzo). Lunedì una nota diffusa dalla dirigenza sembrava annunciare la prima strada, ma il mattino dopo un post di Beppe Grillo sui social ha richiamato tutti alla ponderazione. Il timore principale è che aprire il voto a tutti gli iscritti, proprio in giorni in cui il M5S è dilaniato da lotte intestine, possa spianare la strada ad assalti difficilmente controllabili.

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