Confesso di non aver seguito la prima chiama e il successivo spoglio. Del resto i protagonisti ci avevano avvisati che lo spettacolo sarebbe andato deserto, per mancanza di sceneggiatura. Ho dato una occhiata, a cose fatte, o meglio non fatte, e, come tutti, ho provato un moto di fastidio sia per le schede bianche esattamente quante il quorum, sia per i mattacchioni che hanno vergato nomi a casaccio, per goliardia.

Poi ci ho ripensato. Che cosa avrebbero potuto fare quei mille, pomposamente definiti grandi elettori manco fossero quelli che votavano per Carlo V imperatore? Impiegati fantozziani, piuttosto, in attesa che il gran lup. mann. si degni di dare loro le istruzioni per l’uso. Come il ragioniere, hanno voluto e potuto solo strillare che la Potemkin è una cagata pazzesca. Con qualche ragione in più, perché avercene di Eisenstein alla regia, dovendoci accontentare di Salvini, Renzi e compagnia quirinaleggiando.

E però, restando, alla metafora non scarseggiano solo gli Eisenstein ma pure i Vakulnicuk. Che di fronte alla carne brulicante di vermi di un parlamento muto, in attesa, con un paese stremato da obblighi e prescrizioni, con la più preoccupante crisi in Europa dalla costruzione del Muro, si ribellino agli ufficiali. Che bello, se si fossero messi in segreto d’accordo i peones per indicare un Pancho Villa o uno Zapata all’insaputa degli stati maggiori, forzando loro la mano.

In fondo un Vakulnicuk, sotto le sembianze di Marco Pannella, tirò fuori il paese dall’empasse di Capaci, inventando Oscar Luigi Scalfaro che poi, per me, si rivelò il miglior presidente della storia repubblicana. Rimpiangere Pannella. A che cosa mi sono ridotto.

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