L’improcedibilità varata dalla riforma di Marta Cartabia? A Torino la paragonano a una sorta di tempo massimo di permanenza al pronto soccorso. A Napoli, invece, fanno notare come molti processi moriranno prima del processo di secondo grado. A Palermo, invece, il consigliere del Csm Nino Di Matteo fa notare come alcune riforme abbiano rappresentato una sorta di “regolamento di conti con chiare finalità di vendetta e di prevenzione” nei confronti di “quella parte della magistratura che ha preteso di esercitare veramente a 360 gradi il controllo di legalità. Sono molteplici le critiche arrivate sulle riforme varate dalla guardasigilli durante l’inagurazionie dell’anno giudiziario. Attacchi diretti soprattutto alla nuova legge che disciplina il processo penale. E’ il caso della corte d’Appello di Napoli dove la carenza dell’organico “rende impossibile riuscire a rispettare il termine introdotto dalla legge di riforma del processo penale”. Vuol dire che moltissimi procedimenti “moriranno” senza arrivare ad alcuna sentenza di secondo grado. Addirittura, nel capoluogo campano, “molti processi potrebbero addirittura diventare improcedibili prima ancora del pervenimento degli atti in Corte di appello”. I virgolettati appartengono a Giuseppe de Carolis di Prossedi, presidente della corte d’Appello del distretto di Napoli, che stamattina ha inaugurato l’anno giudiziario. Il magistrato ha spiegato che dinanzi alle sezioni penali della Corte d’Appello i processi penali pendenti sono 57 mila 293. Più di 10 mila sono stati nel 2021 i processi definiti, ma nel frattempo se ne sono aggiunti oltre 12 mila. Nella sua relazione – già anticipata nei giorni scorsi in una conferenza stampa – il magistrato ha segnalato che la prescrizione falcidiato quest’anno il 32% dei processi in appello.

“A Napoli molti processi improcedibili prima dell’arrivo in Appello” – Il problema è che mancano i magistrati. Ecco perché de Carolis ha spiegato che la carenza di organico “rende impossibile riuscire a rispettare il termine introdotto dalla legge di riforma del processo penale, di due o tre anni decorrenti dal novantesimo giorno dalla scadenza dei termini di deposito della sentenza di primo grado. Oltrettutto – ha proseguito il presidente della Corte d’Appello – i tribunali del distretto trasmettono alla Corte di appello gli atti relativi a processi con imputati liberi dopo diversi mesi dalla scadenza dei termini di impugnazione e spesso con ritardi anche maggiori, per cui molti processi potrebbero addirittura diventare improcedibili prima ancora del pervenimento degli atti in Corte di appello”. Il magistrato ha spiegato come le piante organiche del personale amministrativo siano “rimaste invariate, nei sei anni del mio incarico” mentre “quelle dei magistrati sono state aumentate in modo assolutamente insufficiente e squilibrato e i posti del settore penale della Corte di Appello continuano a rimanere vacanti. In particolare, le modalità di intervento sulle piante organiche dei magistrati, prima stabili poi anche flessibili. La situazione che in tal modo si è reiterata cristallizza una disparità che non consente di conseguire la necessaria inversione di tendenza che potrebbe garantire in tempi brevi il perseguimento degli obiettivi del Pnrr”. Su questo punto il magistrato ha spiegato che si tratta “essenzialmente un problema di allocazione irrazionale delle risorse che non ha niente a che fare né con l’organizzazione né con la collocazione geografica dell’ufficio giudiziario. Ad esempio, nel distretto sono presenti circa 200 magistrati del pubblico ministero, oltre i vice pretori onorari che rappresentano normalmente l’ufficio requirente in udienza monocratica, dei quali 107 nella sola Procura della Repubblica di Napoli. Non si può sostenere che tale numero sia sovradimensionato rispetto alla situazione criminale del territorio, tanto che attualmente gli uffici requirenti riescono a perseguire non più del 30% circa dei reati commessi nel territorio. Tuttavia se si considera che il numero dei giudici penali assegnati alle sezioni gip-gup e dibattimento, divisi in 7 Tribunali medio grandi, è pari a circa 240, cioè appena un quinto in più dei pm, non c’è da stupirsi che gli uffici di Procura del Distretto producano più lavoro di quello che i Tribunali riescano a smaltire, tanto che ad esempio il Tribunale di Napoli Nord, che risulta essere quello in maggiore sofferenza, non riesce attualmente a fissare le prime udienze prima del 2026″.

Il pg di Torino: “Riforma introduce una norma che decreta morte del processo” – Critiche alla riforma del processo penale arrivano anche dall’inaugurazione dell’anno giudiziario di Torino. “L’improcedibilità si comporterà come se in un pronto soccorso venisse fissato un tempo massimo di permanenza. O si viene chiamati e curati entro quel termine oppure si torna a casa a spegnersi senza cure. Penso e spero che la corte costituzionale avrà modo di interloquire su questo istituto”, ha detto il procuratore generale, Francesco Saluzzo. “Trascorso un certo tempo per le Corti di appello e la Corte suprema di Cassazione – ha osservato il pg di Torino – il procedimento muore e l’azione diventa improcedibilità con buona pace di chi spera ancora in un assoluzione nel merito, di chi vittima e parte civile si vede riconsegnata dopo anni ad esercitare ex novo la pretesa in sede civile”. Commentando la riforma Saluzzo ha usato toni durissimi: “Non pensavo, francamente, dopo 44 anni di lavoro giudiziario, di vedere una soluzione siffatta. Con poco clamore, per vero ed ancor meno reazioni, salvo casi isolati, si è introdotta una norma che decreta la morte del processo e questo, non paghi di una disciplina della prescrizione che ha conosciuta una politica di intervento a fisarmonica passando da un processo ad altro”. Saluzzo ha anche criticato la nuova norma sulla cosidetta presunzione d’innocenza, che nei fatti si traduce in una sorta di bavaglio per gli inquirenti: “Non amo le conferenze stampa, credo che i comunicati siano il mezzo migliore per far conoscere il pensiero dell’ufficio che si rappresenta; tuttavia, credo, egualmente, che l’opinione pubblica abbia il diritto di essere informata e il procuratore della Repubblica o il Procuratore generale abbiano il dovere di informare”. Sulla questione è intervenuto anche il presidente della corte d’appello di Torino, Edoardo Barelli Innocenti, per il quale “deve salutarsi come opportuna la limitazione delle esternazioni pubbliche degli inquirenti verso persone indagate imputate, dovendosi rispettare la presunzione di non colpevolezza di ogni persona soggetta a indagini fino alla definitività del giudizio, tuttavia occorre trovare un giusto equilibrio tra tale limitazione e il sacrosanto diritto di cronaca esercitato dai giornalisti”.

Milano: “Normativa su presunzione d’innocenza deve essere meno restrittiva” – Critiche alle politiche giudiziarie tenute dal governo di Mario Draghi arrivano anche da Milano. Anche il procuratore generale del capoluogo lombardo, Francesca Nanni, ha criticato la nuova direttiva relativa alla presunzione d’innocenza. “Il recentissimo intervento normativo sulla cosiddetta presunzione di innocenza, intervento sicuramente in linea con le fonti internazionali sul tema è incerto rispetto alle varie fasi in cui si può trovare il procedimento”, ha detto Nanni. “La disciplina – ha aggiunto – non può essere la stessa per le indagini, il rinvio a giudizio, ed il dibattimento pubblico, nonché confuso quanto ai soggetti destinatari dei divieti imposti, come è noto solo autorità pubbliche in dichiarazioni pubbliche”. Per il Pg Nanni “fermo restando che la modalità di diffusione della notizia devono evitare di indicare la persona indagata o imputata come colpevole in via definitiva, sarebbe preferibile una normativa meno restrittiva nelle fasi non coperte da segreto istruttorio o almeno per le fasi che si svolgono in udienze aperte al pubblico, anche per garantire la necessità di trasparenza delle decisioni assunte dopo la chiusura indagini”.

Di Matteo: “Riforme? No, vendetta contro una parte della magistratura” – A Reggio Calabria, dove per partecipare alla cerimonia d’inaugurazione è arrivata la stessa guardasigilli, il consigliere del Csm Sebastiano Ardita ha criticato la nuova legge elettorale di Palazzo dei Marescialli che rischia di consegnare “mani e piedi la vita professionale dei magistrati al sistema di potere delle correnti, esasperata da una logica di conflitto politico bipolare”. Un altro esponente del Consiglio superiore, Nino Di Matteo, da Palermo ha fatto notare come Palazzo dei Marescialli ha sempre segnalato i limiti della riforma Cartabia a cominciare “dai numerosi e rilevanti profili di criticità sia di ordine sistematico che di possibile frizione con principi di rango costituzionale con particolare riferimento all’istituto della improcedibilità per superamento dei termini di ragionevole durata del giudizio di impugnazione”. L’ex pm antimafia ha anche sottolineato il Csm continui “a vivere, con evidenti conflittualità interne, spinte contrapposte: da una parte quella ad un reale cambiamento, dall’altra la difficoltà a liberarsi di antichi e consolidati retaggi” . A proposito dei numerosi scandali che hanno coinvolto il mondo della magistratura, Di Matteo ha ricordato che il mondo delle toghe sta vivendo “una profonda crisi di credibilità della quale parte significativa del potere (politico, economico, finanziario) vuole oggi approfittare per avviare un vero e proprio regolamento di conti contro quella parte della magistratura che ha preteso di esercitare veramente a 360 gradi il controllo di legalità. Un regolamento di conti con chiare finalità di vendetta e di prevenzione con il malcelato scopo di rendere (anche attraverso progetti di riforma ed iniziative referendarie assai discutibili) l’ordine giudiziario collaterale e servente rispetto agli altri poteri”.

Di Matteo: “A 30 anni dalle stragi del ’92 indagare su mandanti esterni” – Da esperto investigatore antimafia, Di Matteo ha poi ricordato che “nel 2022 ricorre il trentennale delle Stragi Di Capaci e via D’Amelio. Il miglior modo per ricordare i nostri morti è quello di lavorare con impegno, coraggio, determinazione e umiltà nella direzione della ricerca di mandanti e moventi ulteriori, anche esterni alla criminalità mafiosa in senso stretto, di quelle stragi, senza cedere al diffuso sentimento di rassegnazione a considerare impresa impossibile quella di colmare le lacune di verità che ancora residuano”. A questo proposito nella relazione sull’attività degli Uffici requirenti del Distretto di Firenze preparata dalla Procura Generale si legge che la Direzione distrettuale antimafia del capoluogo toscano è “tuttora impegnata nella complessa e delicata attività di indagine volta a chiarire i punti ancora oscuri delle cosiddette ‘stragi di mafia‘, che, come noto, hanno interessato anche Firenze”. Il riferimento è per l’indagine ancora in corso che vede indagati Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri per concorso nelle stragi del 1993 a Milano, Roma e Firenze e per il fallito attentato allo Stadio Olimpico del 1994.

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