Dopo due anni di pandemia e mille difficoltà bisogna essere pragmatici e guardare con concretezza al futuro. E se questo sembra più facile a dirsi che a farsi allora ci viene in aiuto la moda. Come in un folle gioco dell’oca, in queste prime settimane del 2022 il settore si è trovato a ripassare dal via, con i contagi da Covid in vertiginosa risalita, timori crescenti e addetti ai lavori divisi tra chi propendeva per cancellare e rinviare tutti gli eventi a cui tanto si era lavorato negli scorsi mesi e chi invece spingeva perché si svolgessero, con tutti i protocolli di sicurezza del caso. Uno scontro tra titani che ha visto, da una parte, la prudenza di Giorgio Armani, ancora una volta il primo ad annunciare la cancellazione delle sue sfilate Uomo e, dall’altra, il presidente di Camera Moda Carlo Capasa, che fin da subito ha confermato “una settimana in presenza e sicurezza“. Nel mezzo, chi ha optato per show esclusivamente digitali.

Il risultato è stata una quattro giorni di presentazioni decisamente sottotono rispetto al passato, con défilé in presenza appannaggio di una cerchia ristrettissima di addetti ai lavori e qualche presentazione solo digitale, ma capace di ridare la necessaria centralità al prodotto, alle creazioni di moda. D’altra parte il settore è in forte ripresa: secondo le stime elaborate dal Centro Studi di Confindustria Moda nel 2021 il fatturato del comparto Uomo ha fatto registrare un +11,9%, con un giro d’affari che supera i 9 miliardi. Tutti gli indicatori dell’area hanno il segno più, compreso il valore della produzione, che ha fatto segnare un rimbalzo del +7% rispetto al 2020. Ecco spiegato perché per i brand non era affatto facile rinunciare a questo appuntamento. Ma adesso possiamo dirlo: ne è valsa la pena. In passerella abbiamo visto tanta concretezza, un sano pragmatismo che ha ridato centralità alla sartorialità che fa del Made in Italy un’eccellenza mondiale, alla manifattura artigianale di altissima qualità retaggio di botteghe secolari e industrie all’avanguardia; il tutto ingentilito da quell’eleganza novecentesca un po’ piaciona che dà al futuro un pizzico di sapore retrò e sa emozionare, proprio come piace oggi alle nuove generazioni.

L’emblema è l’attore Kyle MacLachlan, che ha aperto la sfilata di Prada dettando subito la linea di Miuccia e Raf Simons: gli emblemi del guardaroba maschile, le divise da lavoro – che siano completi e cappotti formali piuttosto che tute meccaniche – acquistano nuova centralità, mettendo il focus sul lavoro che nobilita l’uomo, come fonte di dignità intrinseca sancita anche dalla Costituzione che questi tempi difficili stanno minando. Ecco allora che in passerella sfilano tra i modelli anche 10 star di Hollywood chiamate a interpretare il ruolo di interpretare la realtà vivendo la vita quotidiana. Thomas Brodie-Sangster, Asa Butterfield, Jeff Goldblum, Damson Idris, Kyle MacLachlan, Tom Mercier, Jaden Michael, Louis Partridge, Ashton Sanders e Filippo Scotti: uomini solitamente chiamati a vestire i panni altrui, qui invece per mostrare il volto del vero dispiegarsi dell’esistenza. E dopo tanto smartworking fa venire quasi una certa nostalgia veder sfilare queste “uniformi della vita reale”, capaci di conferire merito e valore all’impegno umano a tutti i livelli. I cappotti con le bordure in eco-pelliccia sono al contempo classici e modernissimi, con il punto vita accentuatissimo (visto anche da Etro, ndr) e le spalle larghe, metafora dell’approccio alla vita. La stessa silhouette si ripete modularmente, scandendo l’universalità di questi capi che per quanto consueti non stancano mai, non decadono mai. A ogni sfaccettatura della realtà viene conferito un significato, una raffinatezza, una considerazione e un valore destinato a durare nel tempo. È il tripudio altissimo dell’erotica noia borghese tanto emblema di Prada, qui al suo massimo splendore.

Tutt’altre atmosfere, più calde e morbide come le lane e i filati degli iconici cardigan, quelle viste da Missoni. Anche qui si attinge all’essenza della storia della casa di moda lombarda, al suo sapere dell’arte tessile e alle ispirazioni un po’ dandy del suo fondatore, Tai Missoni, tra geometrie grafiche e tonalità neutre. L’ispirazione viene dagli anni ’40, dal movimento artistico dell’astrattismo informale di Giulio Turcato, ed evoca calore, stile e giocosità. I protagonisti di sempre, come lo zigzag e il rashel, trovano spazio accanto a nuovi jacquard che disegnano motivi astratti dall’appeal grafico fortemente distintivo. Tutto ruota attorno alla maglieria, capo simbolo di un certo lifestyle all’italiana, con una capatina poi ad alta quota (vero trend della moda autunno/inverno già visto sulle passerelle donna lo scorso anno): la capsule Mountain Calling combina un’inspirazione montagna con l’estetica vivace e colorata del brand, giocando sull’appeal nordico che tanto piace in questo momento. A conferma c’è Dsquared2, che ha incentrato tutta la sua collezione A/I 22-23 proprio su look che trasportano tra le pianure della Patagonia o le vette del Machu Picchu, tra patchwork, tessuti coloratissimi, sovrapposizioni e richiami esotico-tradizionali.

Ha seguito invece il fil rouge dell’arte anche Tod’s, che ha scelto il Castello di Rivoli, scrigno di grandi opere dell’arte contemporanea, come sfondo per il suo show esclusivamente digitale. Il direttore creativo Walter Chiapponi ha preso spunto dal connubio perfetto tra architettura storica e creatività moderna che si celebrano in quel luogo per dare vita a una collezione che affonda le sue radici nella tradizione del brand ma si snoda tra innovazione e sperimentazione. Tanti i riferimenti, ancora una volta, alla genialità dell’estetica italiana, con lo sguardo rivolto però al futuro che vuole un uomo comodo, rilassato e disinvolto ma fermamente attento ai materiali e alla fattura. Le forme sono morbide, i filati pregiati e accoglienti, pensati per offrire rifugio a chi li indossa, con misura e moderazione. Le stesse che abbiamo visto anche in passerella da Ermenegildo Zegna, dove il direttore creativo Alessandro Sartori ha lavorato per sottrazione, costruendo una collezione modulare, essenziale ed equilibratissima. È stato questo il primo passo del suo rebranding: “Quando abbiamo iniziato questo percorso – ha spiegato Sartori – abbiamo pensato ‘togliamo Ermenegildo, siamo Zegna’”. Il risultato sono capi pulitissimi, dalle linee soft e dai colori iconici – il bianco sale, il nero, l’ottone, l’arancio/terra di Siena – da comporre e abbinare tra loro per costruirsi un guardaroba su misura, intercambiabile per l’ufficio o l’outdoor.

Infine, una nota: ricordate le tanto discusse clutch di Gucci a forma di cuore? Ebbene, ora sono arrivate quelle a forma di piccione iper-realistico. Omaggio giocoso di JW Anderson per il debutto milanese.

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