In Egitto, se sei un oppositore politico, spesso la scelta è tra finire in prigione o fuggire in esilio. Ne è testimone Amal Fathy, attivista egiziana, moglie di Mohamed Lotfy, leader della Commissione egiziana per i diritti e le libertà (Ecrf, l’organizzazione che da quasi sei anni segue il caso di Giulio Regeni), condannata a un anno di carcere dopo la sentenza emessa ieri dalla Corte di Cassazione del Cairo. Amal, 37 anni, però non finirà in cella perché nel frattempo, dopo essere stata rilasciata in libertà vigilata dopo l’arresto del 2018 e non sussistendo il divieto a viaggiare, si è trasferita in Svizzera. Una scelta non casuale, ma dettata dal fatto che suo marito e anche il figlio di 6 anni hanno la doppia cittadinanza egiziana e svizzera, presto acquisita anche dalla donna.

“Amal non rientrerà in Egitto alla luce della sentenza di Cassazione, questo è chiaro – racconta a Ilfattoquotidiano.it Mohamed Lotfy – Formalmente non finirà in carcere, ma la sua prigione sarà anche più dura, ossia quella di vivere in esilio per il resto della sua vita. È stata dura per lei e per me accettare questa sentenza, lei è molto arrabbiata e triste, si sente tradita dalla giustizia. È ingiusto che la vittima di molestie sessuali debba lei stessa finire in prigione, rea soltanto di aver diffuso il suo dolore in quanto vittima di episodi di violenza. Sarà dura anche per me stare lontano da loro, ma cercherò di viaggiare più spesso tra il Cairo e Ginevra”.

Amal Fathy è stata arrestata e inserita in uno dei tanti casi ‘numerati’ previsti dalla giustizia egiziana, il 7991 del 2017, per diffusione di false notizie, tentativo di rovesciare il regime, possesso di materiale indecente e uso di espressioni offensive. I fatti risalgono a quell’anno, anche se l’arresto è del 2018, e riguardano la pubblicazione di un suo video sui social network, ritenuto ‘indecente’ dalle autorità giudiziarie del Cairo. In quel video, lungo una dozzina di minuti, l’attivista egiziana per i diritti delle donne che aveva partecipato alla rivolta di piazza Tahrir nel gennaio del 2011 denunciava le molestie sessuali subite a più riprese e criticava il governo per il mancato contrasto alla violenza di genere.

Amal Fathy è stata condannata in primo grado a due anni di carcere, poi confermati in appello il 30 dicembre 2018. Oltre alla pena detentiva per lei anche una multa di 10mila sterline egiziane (poco più di 500 euro) poi raddoppiata dopo il respingimento del suo appello. Sempre nello stesso periodo temporale, la moglie di Mohamed Lotfy fu inclusa in un altro caso giudiziario, forse ancora più assurdo, per terrorismo, caso ancora pendente. Fu chiaro a tutti già all’epoca che quelle accuse non potevano reggere a un arresto e tanto meno a una detenzione, ma il clima era molto teso nei confronti dell’attivismo anti-regime. La Fathy, inoltre, pagava il prezzo del forte clamore, ancora vivo, della vicenda di Giulio Regeni seguita dai legali dell’organizzazione guidata da suo marito. In tanti videro nel suo caso un accanimento nei confronti dell’Ecrf e della famiglia del ricercatore friulano rapito e trovato morto il 3 febbraio del 2016. Nei due anni precedenti l’altro direttore della Commissione, Ahmad Abdallah, era finito in cella per cinque mesi, mentre due avvocati che seguivano il caso giudiziario di Regeni hanno avuto destini diversi: Halem Henish è stato costretto alla fuga negli Stati Uniti, mentre Ibrahim Metwaly Hegazi è in prigione da quattro anni.

“La decisione della corte di confermare la condanna di Amal Fathy a un anno di carcere dimostra ancora una volta che le autorità egiziane sono desiderose di ‘imbiancare’ piuttosto che migliorare la loro spaventosa situazione dei diritti umani. Le speranze di giustizia per un difensore dei diritti umani in Egitto sono state schiacciate dalla magistratura spudoratamente imperfetta e patriarcale del Paese”, è il commento sulla vicenda di Philip Luther, direttore della ricerca e dell’advocacy di Amnesty International per il Medio Oriente e il Nord Africa.

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