Da tifosissimo del calcio italiano, disamorato da quando l’avvento di Silvio Berlusconi trasformò gradatamente l’evento sportivo in contenitore di spot pubblicitari, considero la crisi della sua squadra più titolata – la Juventus – l’efficace metafora di un generale declino. Proprio perché le reiterate disavventure della Vecchia Signora sono evidente riprova dell’incapacità di cambiare registro, individuando e affrontando gli effettivi epicentri del male oscuro che ci ha trasformato da uno dei Paese leader del movimento in una landa che campa di ricordi.

Giudicando il recente trionfo all’Europeo un miracolo, dovuto alla concomitanza di circostanze favorevoli irripetibili: dall’aver incontrato squadre ben più forti in temporaneo appannamento (almeno due: Belgio e Spagna), al colpo di fortuna nella lotteria dei rigori.

Tornando dalle parti della Continassa, sento la critica prendersela con la rosa dei giocatori, con l’allenatore, al limite con i modesti gestori federali del sistema calcio. Non mi pare di aver ascoltato addebiti mossi al motore immobile che governa e indirizza il club: il presidente e la ristretta cerchia di alti dirigenti che gli fanno da corte. Quando – a mio personale giudizio – la prima persona da portare sul banco degli imputati è proprio Andrea Agnelli e la non-idea di calcio che esprime.

Un vago accenno lo ha fatto il titubante Gianluigi Buffon, sussurrando che la causa dei guai era coincisa con l’arrivo del pluri-pallone-d’oro Cristiano Ronaldo. Ossia la strategia di fare collezione di cartellini miliardari come viatico per successi europei sempre agognati e mai raggiunti. Per cui si cacciava il tecnico Max Allegri, un doroteo della panchina incapace di dare un gioco alla squadra, come avevano impietosamente dimostrato i ragazzini dell’Ajax nel 2019 eliminandolo dalla competizione continentale, e l’anno dopo si impediva di fare il suo mestiere a Maurizio Sarri, chiamato in quanto maestro riconosciuto di bel gioco. Per cui si mandava al massacro una vecchia gloria come Andrea Pirlo e subito dopo si richiamava Allegri, in quanto usato sicuro nel mestiere di far giocare male e vincere le partite.

Una sequenza in cui Agnelli affonda con la squadra e che origina da un vizio di fondo: perseguire logiche finanziarie di stampo borsistico (l’ansia di risultati a breve) nella totale ignoranza dell’evoluzione culturale di quel gioco che si pretenderebbe di egemonizzare. Quando le squadre che vincono lo fanno perché esprimono tale cultura.

Parlando del dopoguerra, l’Italia-calcio vinse sull’onda lunga del difensivismo e contropiede di cui era massimo teorizzatore Gianni Brera. La cui apoteosi fu la vittoria in coppa dei Campioni del Milan di Rivera e Pierino Prati nel 1969 contro l’Ajax. Ma nella squadra olandese stava crescendo il grande visionario del futuro, che Sandro Ciotti avrebbe definito “profeta”: il Johan Cruijff dell’Arancia Meccanica. Da quel momento tutto cambiò. Proprio per il suo lavoro innovativo a Barcellona, diventatone allenatore dopo esserne stato superstar da giocatore: un club deve esprimere la propria filosofia di gioco a tutti i livelli, dalla prima squadra alla cantera (le formazioni giovanili).

E quella filosofia deve privilegiare la conquista dello spazio rispetto all’opportunismo dei singoli episodi. Rischio e sguardo lungo. Un credo professato dal primo allievo di Cruijff – Pep Guardiola – e messo in pratica da una generazione di allenatori creativi: Jürgen Klopp, Luis Enrique, Thomas Tuchel. Una nouvelle vague, anticipata da Arrigo Sacchi al Milan di Berlusconi, poi rapidamente persa per strada. Visto che la scena fu riconquistata dai cinici calcolatori alla Marcello Lippi e Fabio Capello; per arrivare agli innamoramenti di uno spremitore di giocatori, attento solo a fare incetta di “tituli”, come José Mourinho. Non a caso idealizzato da Massimo Moratti, un presidente da figurine Panini alla Andrea Agnelli. Quello che fece fuori un allenatore capace di creare gioco, secondo il paradigma europeo: Giampiero Gasperini; che ha trovato la sua consacrazione all’Atalanta proprio perché il suo lavoro è stato protetto e promosso da un top che capisce di calcio quale Antonio Percassi.

E il suo successo apre la via a una nuova infornata di allenatori italiani per cui la parola “progetto” non è solo retorica da intervista o da talk. I De Zerbi, gli Italiano; che per costruire quel progetto hanno bisogno prima di tutto di un ambiente in sintonia culturale. Non le fisime protagonistiche di un Andrea Agnelli che non vuole competenti attorno che gli facciano ombra. Ad esempio un Alessandro Del Piero. Che avrebbe potuto rinnovare l’ambiente juventino, come ha fatto per quello milanista Paolo Maldini una volta liberato da Berlusconi, invidioso del prestigio del suo capitano. Il più grande difensore italiano di tutti i tempi, con il di più di capire di calcio.

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