In quanto appassionato di calcio, che non tifa per nessuna squadra ma per il gioco (a parte una pre-puberale simpatia per il Vecchio Grifone rossoblù della mia città), sono piuttosto preoccupato per la dissipazione di un capitale umano dell’intero panorama pallonaro nazionale da parte di chi governa la sua attuale squadra di appartenenza: la Juventus. E questo dopo avere già intristito e prosciugato un talento e patrimonio della nazionale argentina come Paulo Dybala.

La Juventus sta ripetendo la stessa operazione con il talentuoso giovanotto che risponde al nome di Federico Chiesa. Di cui tutti avevamo avuto modo di apprezzare le qualità tecniche, agonistiche e caratteriali durante gli ultimi campionati europei; e che ora rischia di spegnersi precocemente nell’anonimato della panchina dove si confinano le riserve. Magari i talenti ribelli.

Gente tenuta a bagnomaria, che dovrebbe starsene buona per le ricche dotazioni dei propri emolumenti mentre finisce per esserne messa a repentaglio la carriera sportiva. La carriera di un ragazzo che, alle doti di corsa e balistiche ereditate da suo padre Enrico, aggiunge una buona dose di giovanile sfrontatezza, l’intraprendenza del vincente e un raro istinto del killer. Doti che – come si dice ora – lo certificano come un sicuro top player.

Per quale motivo tale spreco, visto che questo giocatore di appena 24 anni è iscritto tra le poste attive della società per cui gioca (se lo fanno giocare)? Motivi tecnici non dovrebbero essercene, a parte la presunta convinzione – attribuita all’allenatore Massimiliano Allegri – che meglio di lui farebbe il volonteroso quanto impalpabile Federico Bernardeschi, che gli viene sistematicamente preferito. Ma forse la prima spiegazione può essere fornita proprio da questa preferenza accordata a un incerto comprimario rispetto a un sicuro campione: il carattere remissivo del prescelto, che lo rende particolarmente gradito a un trainer che mai in vita sua ha saputo dare un gioco alle sue squadre, ma si è caratterizzato per evidenti doti di gestore dello spogliatoio.

Del resto basta ascoltarne le dichiarazioni per capire che – con il Max – abbiamo di fronte un doroteo della più bell’acqua, aduso ad attaccare il carro dove vuole il padrone. Per cui un tipetto vivace, che parla le lingue e magari ha le sue idee – come il Federico Chiesa – diventa automaticamente troppo ingombrante. Una fiamma da spegnere prima che appicchi pericolose destabilizzazioni. Quella innovazione spregiudicata del gioco che è sempre mancata alla tronfia e impettita Juventus, che fuori dai confini nazionali colleziona sonore batoste; che la dirigenza auspicherebbe, purché non infici la mentalità dominante del club. Tanto da impedire tentativi di rinnovamento dello “stare in campo” anche quando si ingaggiavano competenze a tale scopo.

Come ha dichiarato l’ex mister juventino Maurizio Sarri, maestro di gioco moderno di stampo europeo: “non mi lasciavano allenare”. Tutti fallimenti messi a tacere a suon di quattrini. Fino a finire in bolletta, inseguire operazioni malandrine tipo la lega degli ottimati/intoccabili e poi correre a battere cassa dai forzieri di famiglia (incrementati dalla cessione del secolare asset automobilistico ai francesi della Peugeot). Ossia la mentalità di cui è espressione l’ultimo rampollo di casa Agnelli prestato al calcio – Andrea – a mio avviso perfetto interprete di una tradizione di arroganza padronale e maniere melliflue di chi sa bene “dove il potere sta”; e “guai a chi glielo tocca”. Come nell’allontanamento di una gloria locale a fine carriera come Alex Del Piero, perché non facesse ombra con la sua fama e la sua popolarità al giovane presidente rampante. Quel presidente convinto che per montare una squadra vincente basti soltanto collezionare un po’ di figurine Panini, con attaccato un cartellino del prezzo da molti zeri.

Forse “il mercante in fiera” può funzionare nel decadente panorama nazionale; ma fuori dai confini – come si diceva – sono scoppole. Appunto, operazioni più borsistiche che sportive. Con una sequela ininterrotta di potenzialità calcistiche sperperate. Ve lo ricordate quel formidabile attaccante che fu Thierry Henry, scartato dai torinesi e consacrato star mondiale dall’Arsenal e dal Barcellona? Oppure balocchi per le battutacce padronali, tipo quella dell’allora monarca bianconero Gianni Agnelli che si divertì a irridere come “più bello che utile” il Zinedine Zidane che emigrando tra i blancos del Real Madrid conquistò coppe dei campioni e palloni dorati. Oltre a campionati mondiali ed europei con i bleus.

Tutti precedenti che dovrebbero far riflettere Chiesa jr. O su cui sta già riflettendo. Forse non gli farebbe male cambiare aria. E la credibilità che già si è conquistato non dovrebbe renderlo difficile. Prima che le strumentalizzazioni al ribasso non gli stronchino un futuro carico di promesse. Per lui e per il movimento nazionale.

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