“Non ti arrabbiare Silvia se per un attimo, contravvenendo a quel tuo delicato e discreto stile, accenno alla tua intelligenza fluida, veloce, con quell’ironia sarcastica figlia dell’odissea patita insieme a tuo padre. Ti ho conosciuto la prima volta seduto sul divanone di via dei Piatti, dove tuo padre Enzo viveva”. Inizia così la toccante lettera d’addio che Gianluigi Nuzzi ha scritto per la morte di Silvia Tortora, la giornalista figlia di Enzo Tortora. Il conduttore di Quarto Grado ha voluto infatti ricordare in un post su Facebook la collega scomparsa lunedì 10 gennaio.

Eravamo nel 1986, tu pensa…“, prosegue Nuzzi ricordando il suo primo incontro con il padre. All’epoca lui aveva 17 anni, era agli esordi della sua carriera e raccoglieva gli sfoghi di Tortora, vittima innocente della giustizia italiana: “Mi raccontava l’odissea, l’onta delle manette, le umiliazioni e il coraggio. Alzò gli occhi al cielo e sussurrò una frase a mezza voce. ‘Scusi non ho sentito’… provai io… avevo 17 anni, mi batteva il cuore forte… e lui mi confidò l’amarezza più’ grande: ‘Mi hanno fatto invecchiare le figlie di trent’anni in una notte’. E per lui questo era tutto, perché Enzo non sbandierava la famiglia, non compulsava i social figurati…anzi! Proteggeva la sua privacy con quel rossore genovese che significa non timidezza, ma riservatezza e protezione dei propri cari”.

E ancora: “Ed è accaduto tutto veloce con quelle lettere che vi scrivevate quando lui era in carcere, raccolte in un libro che sta lì da sempre e che non apro se non consapevole della forza di reggere le lacrime…Poi ho compiuto forse un errore, cercando in te traccia del tuo babbo e di questo mi scuso, ma sei stata come sempre elegante per farmi apprezzare cosa vuol dire costruirsi un’identità dopo la tormenta con il cuore a lutto e un orizzonte nero. Ricordo Ponza, Silvia, ricordo i nostri incontri romani, ricordo te soprattutto che ti eri messa a difesa proprio dell’identità di un padre ucciso dalla malagiustizia, giustamente intollerante sulle misere speculazioni di chi spendeva male il vostro cognome per professarsi innocente. Tortora”.

Quindi conclude con un sentito ringraziamento: ”Se oggi sono quello che sono lo devo anche soprattutto alle forze che mi hanno formato. Enzo prima e poi tu sicuramente eravate tra queste. Grazie Silvia”.

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