Mentre Parigi fa sempre più attenzione a riportare in casa la produzione manifatturiera, Roma sonnecchia. Con la mano destra che non sa quello che fa la sinistra. Persino in settori strategici come l’aeronautica e la difesa. Accade così che, mentre il gruppo Leonardo decide di mettere in cassa integrazione a zero ore 3.400 dipendenti per 13 settimane del 2021, la compagnia pubblica Ita compri i nuovi aerei dal consorzio franco-tedesco Airbus, che in Italia produce solo vettori a medio-breve raggio. Soldi pubblici che, invece di potenziare l’occupazione in Italia, volano in buona parte oltre le Alpi a beneficio dell’asse franco-tedesco.

“Si poteva magari immaginare di dividere la commessa in due assegnandone una parte ad Airbus, che ha alcune produzione per i vettori a medio raggio a Nola e Foggia, e un’altra parte a Boeing, che invece è il solo committente dello stabilimento di Grottaglie” spiega Claudio Gonzato, coordinatore per la Fiom-Cgil per il settore aerospazio e difesa. Già perché il motivo per cui Leonardo mette in cassa integrazione i dipendenti dell’aerospazio, con tempistiche ancora da definire in due incontri che si terranno a gennaio, è proprio legato al pesante calo di commesse di Boeing.

Colpa del Covid che ha fatto crollare la richiesta di nuovi vettori, ma anche di una politica assente nella programmazione di lungo periodo per il settore aerospazio. “Non esiste ad oggi un tavolo con il governo di analisi e di progettazione a lungo termine per questo comparto” aggiunge il sindacalista. Il risultato è che ogni azienda va per conto suo. Persino quando si tratta di una società interamente a capitale pubblico come Ita o di una partecipata del Tesoro come Leonardo di cui il Mef ha il 30%. Già perché, secondo fonti finanziarie accreditate, il management di Leonardo ha saputo della commessa di Ita ad Airbus solo a cose fatte. Senza cioè che esistesse un quadro nazionale di difesa dell’occupazione nell’aerospazio come quello che hanno i francesi.

Del resto il copione non è stato diverso quando la società guidata dall’ex manager Fiat, Alfredo Altavilla ha assegnato una commessa da circa 100 milioni per il rifacimento delle poltrone a bordo degli aerei. Tutto regolare, secondo bando. La commessa è andata a tre aziende straniere: le francesi Safran e Stelia aeropsace di Tolosa e l’irlandese Thompson Aero Seating. I fornitori italiani sono rimasti a bocca asciutta in un mercato in cui gli ordini scarseggiano. “Eppure in Italia non mancano le aziende che producono sedili di aeromobili per le compagnie aeree e, a quanto pare, almeno in tre hanno partecipato invano alla selezione che Ita ha effettuato: Aviointeriors (Latina), Optimares (Sezze-LT) e Geven (Nola-Napoli)” spiega Antonio Amoroso, responsabile settore trasporti della Cub. Ma soprattutto i ministeri del lavoro, dello sviluppo economico e del Tesoro hanno “opportunamente valutate le ricadute economiche ed occupazionali anche sull’indotto, di tale scelta” effettuata da Ita? Come si domandano i senatori Nuges, La Mura, Fattori, Mantero e De Falco in un’interrogazione ai dicasteri competenti.

“E’ essenziale che il governo inauguri una nuova stagione di confronto e progettualità – riprende Gonzato – Bisogna capire cosa fare e come, altrimenti i centri decisionali si spostano all’estero e noi restiamo un cacciavite senza progettualità e managerialità”. In altre parole, un po’ quello che è accaduto con l’industria dell’auto e con il caso Stellantis che ha spostato a Parigi il centro decisionale della ex Fiat. Il tema è rilevante soprattutto perché Leonardo è nel pieno di una grande riorganizzazione che passa anche per la vendita di pezzi industriali pregiati come Oto Melara e Wass (siluri, sistemi subacquei) su cui c’è l’interesse del gruppo franco tedesco Knds e della tedesca Rheinmetall. Secondo l’amministratore delegato di Leonardo, Alessandro Profumo, un’intesa con Knds potrebbe aprire la strada una fornitura importante nell’elettronica per i mezzi blindati. Ma rischia di giocare contro un’altra azienda pubblica italiana: Fincantieri.

Senza che, tenuto conto dell’interesse nazionale, la politica abbia valutato se il gioco valga la candela. Di certo l’elettronica e la sicurezza sono, a ragione, un pallino di Profumo. Non a caso Leonardo ha acquistato una quota importante in un’azienda della difesa tedesca, la Hensoldt, “che essendo attiva nell’elettronica ci permette di adempiere a quel ruolo di campione nazionale che deve creare valore per l’intero sistema-Paese oltre ad assicurarne per la nostra parte la difesa e la sicurezza” come ha recentemente spiegato il manager che ha ricordato anche il ruolo dell’Italia nel segmento spaziale con la francese Thales. E non potrebbe essere altrimenti visti i numeri in ballo. In cifre, Leonardo significa il 23% dell’hi tech italiano. Nel 2020 parliamo di 13,4 miliardi di ricavi con 1,6 miliardi di investimenti, 9mila ingegneri, 4mila aziende nella filiera da far lavorare e crescere, 50mila dipendenti nel mondo di cui 30mila in Italia.

Senza contare che si tratta di un tassello di quel grande mondo della difesa di cui fa parte anche Fincantieri, azienda a controllo pubblico che dà lavoro ad oltre 20mila persone (di cui la metà in Italia), oltre 6mila fornitori italiani e fattura quasi 6 miliardi grazie alla indiscussa leadership nella cantieristica e anche alle competenze nell’elettronica. Società che portano avanti i loro progetti industriali. Senza però che esista un quadro politico d’insieme. Come quello che ha portato il presidente della République Emmanuel Macron fino al Quirinale per discutere con il presidente Sergio Mattarella delle relazioni fra i due Paesi e degli interessi dell’industria francese, fortemente presente in Italia in settori strategici come la finanza, l’energia e l’ambiente. Del resto, come spiegò il generale Charles De Gaulle: “Gli Stati non hanno amici permanenti, ma solo interessi”. E i francesi sanno ben difenderli.

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