Parigi fa la voce grossa sulle nozze tra Renault e Fca. Ma Torino non ci sta e così va in fumo la proposta di matrimonio che avrebbe dovuto creare la terza casa automobilistica al mondo. Durante la notte, il Lingotto ha infatti ritirato l’offerta di fusione da 30 miliardi a causa delle “condizioni politiche in Francia” che hanno compromesso il progetto, secondo quanto riferisce il quotidiano Le Monde.

Ma, in una nota stampa, il ministero dell’economia francese, Bruno Le Maire, ha precisato di aver lavorato sin dall’inizio “con apertura” e “in maniera costruttiva” avendo fissato quattro condizioni per il via libera all’accordo definitivo. Per Bercy, le nozze erano infatti possibili. Ma solo “nel quadro dell’alleanza fra Renault e Nissan, – e con – la preservazione dei posti di lavoro e dei siti industriali in Francia, una governance rispettosa degli equilibri fra Renault e Fca, nonché la partecipazione della futura società al progetto di batterie elettriche avviato con la Germania”, come si legge nella nota. Il ministro dell’Economia ha poi aggiunto che “un accordo è stato trovato su tre di queste condizioni. Resta da ottenere un sostegno esplicito di Nissan. Lo Stato ha quindi preferito che il consiglio di amministrazione disponesse uno slittamento di 5 giorni per assicurarsi il supporto di tutti i partner”. Infine, Le Maire ha concluso ricordando che “Renault, in seno all’alleanza, detiene l’insieme degli strumenti per affrontare le sfide del settore automobilistico, soprattutto in tema di veicoli elettrici e di riduzioni di emissioni”. Ma per il vicepremier Luigi Di Maio, la posizione francese è discutibile. E anzi, il dietrofront di Fca “dimostra che quando la politica cerca di intervenire nelle procedure economiche non sempre fa bene (…) Se Fca Chrysler ha ritirato la proposta non ha visto la convenienza o altro”.

In realtà, invece, secondo diversi osservatori internazionali, il governo di Édouard Philippe ha tenuto il punto perché non ha alcuna intenzione di uscire dal solco della sua strategia per lo sviluppo dell’automotive nel Paese. A differenza dell’Italia, Parigi ha infatti un dettagliato piano strategico di lungo periodo per il settore. E’ racchiuso in un report di oltre 70 pagine commissionato a dicembre dal premier ai due consulenti Xavier Mosquetet della Boston Consulting group di Detroit e Patrick Pélata, ex direttore operativo di Renault. Nel documento, si legge chiaramente che l’obiettivo da raggiungere al 2030 è di “fare della Francia un paese leader nei veicoli a basse emissioni” grazie a un piano pluriennale di investimenti pubblici e di incentivi alla domanda privata e di “sostenere la creazione di una filiera francese ed europea di produzione di batterie, capace di porsi fra i leader mondiali”.

La politica parigina sa bene che il mondo dell’auto sta per entrare in una nuova rivoluzione che passa per auto pulite e smart-auto, ovvero il core business di Nissan. Non intende lasciarsi sfuggire l’opportunità di crescita, occupazione e sviluppo che ne deriverà. E per questo non può accettare aggregazioni tout court senza mantenere un ruolo in una delicata partita per il riposizionamento internazionale dell’industria delle quattro ruote. Contrariamente a quanto accaduto in Italia dove la Fiat ha agito come meglio credeva senza che il governo si opponesse o prospettasse un piano strategico nazionale pluriennale, in Francia FCA ha trovato pane per i suoi denti in un’operazione annunciata, prima ancora di essere conclusa, nella confusione politica post elettorale. “Lo Stato francese ha domandato delle garanzie. E ha fatto bene. Chiedere tempo per le nozze, è normale”, ha spiegato alla radio Franceinfo il ministro del budget Gérald Darmanin, lasciando la porta aperta alle negoziazioni future sulla falsariga di quanto annunciato anche da Le Maire. “Oggi, bisogna proteggere i posti di lavoro francesi nell’automobile”, ha poi aggiunto Darmanin. Non resta da chiedersi come invece il governo italiano difenderà quelli nel nostro Paese e con quale strategia.

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