Anticonvenzionale senza apprezzarne fino in fondo la definizione, anticonformista pur dicendo di non sapere cosa volesse dire essere conformista (in realtà lo sapeva benissimo). E pure femminista, ma a modo suo, alternando prese di distanza dai movimenti femministi e momenti cin cui si dichiarava tale, ma a modo suo. La verità è che a Arcangela Felice Assunta Wertmüller von Elgg Spañol von Braueich, per tutte e tutti semplicemente Lina Wertmüller, le etichette andavano strette tanto quanto le celebrazioni. Una volta, ad esempio, le chiesero se fosse femminista e lei rispose: “Al 75%”. Poco dopo l’uscita di Questa volta parliamo di uomini, protagonisti Nino Manfredi e Milena Vukotic, divenne una delle paladine del movimento femminista che vedevano in lei un’icona (all’epoca era una delle poche donne regista), tanto da arrivare ad offrirle il “ministero della Condizione Femminile”. Lei accettò, siamo a metà degli anni ’60, ma i rapporti si fecero subito tesi. “Io non ho mai avuto questo tipo di ambizioni politiche e non me ne poteva “fregà de meno”. Sta di fatto che, durante un congresso al quale ero stata invitata, mi alzai in piedi e chiesi al pubblico femminile presente: “Ma voi avete visto il mio film?””, racconta nella sua gustosissima autobiografia, Tutto a posto e niente in ordine. “Non l’aveva visto nessuna di loro. Io me ne andai. Ma come? Una donna fa un film sugli uomini e le femministe non vanno neppure a vederlo?”.

Ma quello fu niente per una Giamburrasca come lei, e ben prima di dirigere Il giornalino di Giamburrasca per la tv, quello con Rita Pavone. Da piccola si fece cacciare da ben undici scuole (la volta più clamorosa fu quando chiese di uscire per andare in bagno ma il permesso le fu negato così “ripetei la richiesta, niente. Al che, mi calai le mutandine e la feci davanti alla vigilatrice“); agli esordi sul set, chiamata in Jugoslavia a prendere in corsa le redini di un film western, tirò un cazzotto sul naso del produttore che pretendeva di fare la comparsa vestito da cowboy. Ma il suo curriculum è zeppo di scelte imprevedibili, come quando rifiutò un milione di dollari per dirigere Caligola (“volevo un Caligola mio, non scritto da Gore Vidal”) e due per Caterina di tutte le Russie (“avevo le lacrime agli occhi: mi sentivo eroica, però mi rendevo conto di essere anche un’imbecille”), anticonformiste e pure un po’ surreali.

Tra gli aneddoti cult, quando a Parigi tagliuzzò un abito di Monica Vitti, che rifiutava di indossare per una scena una tuta come tutti gli altri attori del cast ( “scoprii che le era arrivato un abito di voile azzurro e che lei aveva tagliuzzato la tuta. Allora, tagliuzzai l’abito, feci rammendare la tuta e le dissi “Mettiti questa, Ceciarelli, sennò ti spacco la faccia”. Ceciarelli era il suo vero cognome”) e dopo quel film non lavorarono mai più assieme. Un’altra volta morsicò un indice a Luciano De Crescenzo, reo di gesticolare troppo durante le riprese di un film, e lo mandò all’ospedale. Del resto, non lo nascondeva: “Non ho problemi a farmi rispettare. Sul set mi temono perché sono una che mena”, ironizzava (ma non troppo).

Era libera, non imbrigliabile, secondo qualcuno con un caratteraccio ingestibile, secondo altri antipatica e al tempo stesso capace di gesti di grande generosità. Candida Morvillo ricorda l’intervista per i suoi 90 anni, quando a “ogni domanda del cavolo” la rimandava alla sua biografia (“Io dimostro d’averla letta, lei si placa e va avanti. È una piccola tirannia che può permettersi”). Chiara Barzini quella volta che venne bonariamente redarguita dalla regista per il colore dello smalto. Per lei contavano più di tutto il talento e il carattere. E lo ripeteva spesso, senza paura di attirarsi le critiche. “Non ho mai fatto distinzione tra maschi e femmine. L’importante per me è avere carattere. Noi donne abbiamo una grandissima forza, ma purtroppo ancora oggi tocca farci rispettare per valorizzare i nostri talenti“, rispose in una delle sue ultime interviste. Il suo anticonformismo stava tutto nel suo modo di intendere il cinema, ovvero scrivere una cosa perché la riteneva interessante, non per puntare a un premio o a una buona critica. “Di quello me ne sono sempre fregata altamente. Il mio istinto è quello di fare, non di apparire”.

Grazie al film Pasqualino Settebellezze fu la prima donna a ottenere una nomination agli Oscar come miglior regista. Un primato di cui andava orgogliosa ma fino ad un certo punto, perché pensava che a cambiare la vita non fossero i premi o le statuette ma le belle opere. Con le quali condurre implicitamente delle battaglie, o raccontare una parte della società che non veniva presa in considerazione. E spesso questa sua visione innescava polemiche che proseguono ancora oggi, a distanza di decenni, come nel caso di Travolti da un insolito destino. “Sono stata molto criticata per quegli schiaffoni, ma il film era più incentrato sul contesto politico, sulla divisione dell’Italia tra Nord e Sud, tra i ricchi e i poveri. Non mi interessava parlare del femminismo”. Ma cos’era secondo la Wertmüller il femminismo? “Non ho mai capito bene cosa significhi. Io mi sono sempre fatta rispettare, e quindi ho sempre voluto che lo fossero tutte le donne. Sì, forse un po’ lo sono”.

Di certo non era una femminista oltranzista: “Non si può fare questo lavoro perché si è uomo o perché si è donna. Lo si fa perché si ha talento. Questa è l’unica cosa che conta per me e dovrebbe essere l’unico parametro con cui valutare a chi assegnare la regia di un film. Come tutte ho avuto i miei problemi a farmi accettare ma me ne sono infischiata. Sono andata dritta per la mia strada, scegliendo sempre di fare quello che mi piaceva”.

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Lina Wertmüller, come altri grandi, ha finito la carriera con un film bruttissimo

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