di Pietro Francesco Maria De Sarlo

Tajani: “Con Draghi al Colle si va a elezioni”. Letta: “Con Berlusconi al Colle subito elezioni”. Cioè il nuovo presidente della Repubblica sarà eletto in base allo stesso squallido e umiliante, per la democrazia e il Paese, ricatto che ha portato Draghi a palazzo Chigi. Ricatto che nasce dalla pervicace volontà del Sistema di annullare il risultato elettorale del 2018. Per Sistema intendo il complesso reticolo di relazioni che lega gli alti funzionari delle burocrazie europee, della Bce, del Mes, della Bei, delle banche centrali, delle cancellerie, dei vertici della finanza, delle imprese e dei media. Ma più importante del sapere chi ne fa parte è capire come si entra a farne parte.

Un amico, dirigente di uno dei principali gruppi finanziari italiani, mi raccontò che si aspettava una importante nomina. Ci rimase male quando scelsero un suo collega e se ne lamentò con il legale dell’Istituto. L’avvocato gli chiese: “Lei è ricattabile?”, “No”, rispose il mio amico, “Allora che pretende?” chiuse l’avvocato.

Nelle democrazie il processo elettorale a suffragio universale serve anche a chiarire la ricattabilità o meno dei candidati. Quando proprio non c’è nulla si enfatizza quel poco che si trova: una Panda posteggiata male o un cliente imbarazzante difeso come avvocato. Tutto ciò appare sgradevole ma utile. Sia per capire la libertà dei candidati nell’esercizio del mandato, sia perché una volta resa pubblica la magagna cessa il ricatto e sia perché le fazioni contrapposte possono colmare la scarsa memoria della stampa di Sistema. Ma non viviamo in una Repubblica presidenziale, e a scegliere il Presidente sono i 1007 grandi elettori.

Su Berlusconi c’è poco da dire: per pochi potrebbe essere divertente vedere le amazzoni libiche al posto dei corazzieri, però il Paese intero diventerebbe lo zimbello del mondo. Ma, per quanto detto, non posso non chiedermi se uno come Draghi, che è sicuramente parte del Sistema, da Presidente della Repubblica sarebbe completamente libero di difendere gli interessi nazionali. E dovrebbero chiederselo anche tutte le persone intellettualmente oneste e i 1007 grandi elettori.

Mps, la banca più antica del mondo, iniziò il suo declino con l’acquisto di Antonveneta a prezzi fuori misura. Ad autorizzare l’operazione fu Draghi da Governatore della Banca d’Italia. Si trattò solo di un visto burocratico o c’è da qualche parte un pizzino che testimoni la moral suasion dell’allora Governatore? Ci sono poi le vicende legate all’acquisto di derivati e dei contratti della (s)vendita del patrimonio pubblico da direttore generale del Tesoro, o l’uso fatto delle ‘porte girevoli’, passando dal tesoro alla vice presidenza di Goldman Sachs vendendo uno swap alla Grecia.

La stessa Grecia che fu massacrata dalla Troika, grazie anche all’uso politico che fece Draghi della Bce. C’entrò lo swap? Infine la lettera del 5 agosto 2011 da lui indirizzata al governo Berlusconi. Il lungo elenco delle raccomandazioni di Draghi fu attuato dai governi Monti e Renzi e, stando a quanto scritto in un allegato al Def del 2017 a firma dell’allora ministro dell’Economia Padoan del governo Gentiloni, ci è costato dal 2012 al 2015 300 miliardi di Pil. In aggiunta ai costi di Mps, dei derivati, della svendita del patrimonio pubblico e del salvataggio della Grecia, Draghi ci è già costato un botto. Davvero non basterebbe tutto ciò a un competitor elettorale un po’ sveglio per mettere al tappeto uno abituato solo a conferenze stampa di ossequio?

Siamo sicuri che Draghi possa liberamente rappresentare gli interessi del Paese? Di sicuro non inchioderà mai un vertice europeo a un tavolo di trattativa per 5 giorni. Stando alla stampa di Sistema è molto apprezzato in Europa, però con scarsi risultati per l’Italia. Per esempio sulla condivisione in Europa delle politiche di accoglienza. Dicono che sia l’ultima cartuccia che ci rimane. Allora non c’è da stare allegri perché ha già 74 anni e spesso ne dimostra molti di più.

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