di Pietro Francesco Maria De Sarlo

Ho una curiosità, che forse dovrebbero avere in molti: quanto vale elettoralmente il M5S senza Giuseppe Conte? Dovrebbero chiederselo specialmente Beppe Grillo, Luigi Di Maio, Vincenzo Spadafora e quanti, stando a notizie stampa, lavorano per indebolirne la leadership.

Vincenzo Spadafora afferma che Conte è un leader debole che non riesce a dare un progetto politico e una identità al M5S. Vero. Ma quale dovrebbe essere questa nuova identità? Quella demolita da Grillo nell’istante stesso in cui ha affermato: “Draghi è un grillino”? Quanti elettori del Movimento hanno gradito? Oppure il ritorno alle origini propugnato da Di Battista in chiaro e mugugnato nell’ombra da Virginia Raggi? Magari il nuovo corso di Luigi di Maio, da ragazzino discolo a bravo ometto, passato con nonchalance dai gilet gialli a Macron? I bravi ometti sono sempre stati apprezzati dai professori e dalle amiche della mamma, ma tra i compagni di classe hanno sempre avuto l’appeal di un ghiacciolo caduto su una spiaggia affollata. Magari ha già un posto sicuro da qualche parte dopo cotanto spirto.

L’omologazione con il Pd, invece, sembra a buon punto. A iniziare dall’abitudine di segare l’albero su cui si è seduti, nella fattispecie Conte, su cui la sinistra ha raggiunto capacità da Nobel. Fossi stato al suo posto non avrei mai accettato di fare il presidente del Movimento. Mi sarei ritirato a far l’avvocato. Con quello che si vede in giro prima o poi sarebbe stato chiamato a salvare la Patria. Non per cattiveria ma perché tutti i leader sono prigionieri degli apparati di partito. La voglia di fare opposizione è frenata da Di Maio, la voglia di rigenerare i ranghi degli ufficiali è frenata dalle necessità di tanti di rimanere il più possibile in parlamento. “Senti a me so’ sordi!” Peggio con l’abolizione del numero massimo di due mandati; per forza di cose quei pochi che riusciranno ad essere rieletti non saranno tra i fan di Conte.

Quanto vale il M5S senza Conte e con Di Maio leader? Quanto vale con l’Elevato che torna a dire uno vale uno e un nuovo reggente alla Crimi? Quanto vale un ritorno alle origino con Di Battista e Raggi? Poco più di un prefisso telefonico, oltre alla consegna del Paese alla destra.

Fatevene una ragione: ancora oggi Conte è uno dei leader più popolari e, allo stato, l’unica cosa che tiene il M5S sopra la cifra unica nei sondaggi. Questo nonostante alla gran parte della stampa italiana venga l’orticaria solo a sentirlo nominare, perché non riesce a perdonare al cittadino qualsiasi arrivato nelle stanze dei bottoni grazie ad un colpo di fortuna di essere riuscito, vedi i 209 miliardi del Pnrr, a tenere, dopo decenni di facenti funzione, la schiena dritta in Europa. Ma tant’è! La gratitudine non è di questo mondo. La prova è nello sforzo che Corriere della Sera, La Repubblica e tutto il coretto “delle vergini dai candidi manti” dei media nazionali fanno per far credere che un signore di 73 e passa anni sia l’unica salvezza possibile. In una Paese di 60 milioni di abitanti? Se così è, siamo rovinati a prescindere.

Alla fine dopo tante adulazioni ci crede anche Marione, trasformando Draghilandia in una egocrazia in cui al presidente del consiglio è lecito tutto o quasi, come farsi beffa di ministri e partiti che i voti se li sono guadagnati uno ad uno e non sono passati, come lui, da una nomina all’altra e da una ricompensa per servigi resi a un’altra. D’altronde la concezione della democrazia che hanno questi signori è stata ben espressa dall’altro Mario: Monti.

Per curiosità: secondo voi se il Presidente fosse eletto a suffragio universale e fossero candidati Berlusconi e Draghi al Quirinale chi vincerebbe? Di Berlusconi sappiamo tutto, sicuramente unfit ma ci abbiamo fatto il callo, ma di Draghi cosa ci viene fatto sapere? E se Berlusconi, padrone di metà dei media italiani, tirasse fuori uno dopo l’altro in campagna elettorale tutti gli scheletri dagli armadi di Draghi? Se tutto va bene siamo rovinati.

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