Si possono immaginare diverse spiegazioni per quanto accaduto venerdì: che la famosa influencer Chiara Ferragni abbia davvero pubblicato senza pensare alle conseguenze la storia di Instagram e il tweet che ha poi cancellato dopo poco; o che sia stata una trovata pubblicitaria per far parlare del disco del marito Fedez. O che potesse essere distante dalle policy dei social. Il fatto è che i post, che contenevano una frase che sembra poco in linea con il messaggio di forza e inclusione femminile che Ferragni fa trapelare dagli spot per cui presta volto e fama, non ci sono più.

“’Meglio una cagna viva che una gatta morta’ come mantra della vita” ha scritto sui suoi social, a corredo di un selfie. La citazione è dal testo di una canzone nel disco di Fedez, una collaborazione con Myss Keta che la pronuncia. Una reazione alle offese rivolte spesso sui social alle donne alle donne? Bene! Ma nel caso, non è stato certo compreso. Ci sono state delle proteste, non molte, e alcuni commenti. E poi il tweet e la storia sono scomparse dalla timeline, per ricomparire come screenshot. Sul web, e Ferragni certo lo sa, non si butta via nulla.

Ora, penserete, eccoci qui a parlare del femminismo e del politicamente corretto, di cosa avrebbe potuto dire o non dire, fare o non fare Chiara Ferragni. Di quello che ha scritto. Beh, non credo di essere titolata e richiederebbe discussioni molto più approfondite di un post su questo blog. Possiamo però parlare del fatto che lo abbia cancellato, che è di gran lunga l’elemento più interessante, e di quanto sia difficile sui social dire davvero ciò che si pensa e dirlo come lo si pensa.

In realtà è semplicissimo all’inizio, quando nessuno ti conosce, quando tutto sommato scommetti con te stesso e su te stesso perché non hai nulla da perdere. O quando lo fai per puro diletto personale. Ma se iniziano a girare i soldi, tutto cambia. Cambia al punto che anche l’endorsement a una canzone di tuo marito può essere deleterio per gli affari perché non collima con l’immagine che hai dato di te, che hai venduto di te.

Quasi nessuno degli influencer è davvero libero e andrebbe pure bene se non cercassero continuamente di spacciarsi come tali e rappresentarci la loro vita perfetta come spontanea.

D’altronde siamo bersagliati da tutta la vita dagli spot in tv. In quel caso però la distinzione tra il film e la pubblicità è ben chiara nella gran parte dei casi. Qui invece provano a spacciarci come film una vita che non è altro che pubblicità. Non sono in vendita solo i prodotti, ma l’immagine.

Dunque diventa quanto più importante guardare non solo al messaggio che diffondono, ma anche all’intento con cui lo fanno. Il loro business si basa su fidelizzazione e idolatria, sulla community: certo Fedez, Chiara Ferragni e gli altri non s’immaginano di avere un parco fan da dover ri-conquistare a ogni post. Hanno dei “lovers” che catalogano come “haters” chiunque ponga anche solo un dubbio. Buona parte si aspetta che loro gli dicano cosa e come pensare.

Puntano – così come per dire fanno i giornali quando vendono gli abbonamenti invece che le singole copie digitali o i singoli articoli – ad assicurarsi un pubblico a lungo termine, fedele, perché quello costituisce il loro patrimonio da vendere a coloro a cui si vendono. A differenza dei giornali, però, il loro intento è prima di tutto fatturare. Spesso solo quello.

Credere che facciano sui loro profili ciò che vogliono è da ingenui. Credere che portino avanti lotte e battaglie davvero scomode lo è ancora di più. Portano avanti solo quelle convenienti e che non siano in contrasto con i loro remunerativi contratti (è stato ormai ben raccontato da diversi colleghi), anche a costo di auto-censurarsi quando magari vogliono dire quello che gli piace o che pensano davvero. Sono in una prigione dorata.

Il sistema attorno, poi, non aiuta. Le case editrici, per dire, pubblicano sempre più di frequente libri firmati da influencer famosi, parlano di nuove voci, di originalità. Ma quelle voci, in un momento normale, avrebbero dovuto sgomitare e lavorare sodo sulle pagine per emergere con un proprio testo.

Oggi invece si può già calcolare in anticipo quanti e quali saranno i potenziali lettori, prima ancora di averlo pensato quel libro. Fine delle presentazioni, fine dei tour: migliaia di copie assicurate in un colpo solo grazie ai follower e all’autopromozione dell’influencer-scrittore. Una potenza che nessuna campagna di marketing riuscirebbe a equiparare. Il contenuto è secondario, a volte anche irrilevante. Si dirà: anche questo è sempre esistito, soprattutto con le grandi firme. Ma era meno capillare e frequente.

Non perdiamo però la barra: Ferragni e la storia e il tweet, dicevamo. Lei che è nel pieno della campagna di uno shampoo per sostenere le donne imprenditrici, che sfoggia orgogliosamente quel continuo scherzare contro i commenti bigotti rivendicando la propria identità di “donna” oltre che di madre e in generale le interviste e le dichiarazioni contro ogni tipo di discriminazione proprio non collimano con quelle frasi. Poi la chiamata alla armi per il re-branding di noti marchi di moda italiani sull’orlo del collasso o l’essere di fatto il volto del made in Italy del fashion.

“Cagna viva”, “gatta morta”, sono prima di tutto degli stereotipi e dei luoghi comuni al di là del loro uso artistico o dell’intenzione con cui sono utilizzati. Una risposta al tenore dei commenti? Di nuovo, non importa, perché la reazione è sì contraria alle critiche ma drammaticamente uguale per tono e registro. Alla fine è semplice: per piacere a tutti non ci deve essere giudizio se non quello approvato dalla maggioranza.

Se invece c’è, bisogna avere il coraggio di sostenerlo senza il timore di una ricaduta d’immagine (e di profitti). Il rap può essere sporco, si sa. Ancora di più se finisce dentro l’immacolato mondo dell’economicamente corretto.

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