Domani la cosa potrebbe andare anche peggio. E noi l’abbiamo visto crescere questo peggio. Perché? Semplice, perché .. noi come stronzi rimanemmo a guardare!”. Un titolo che suona già proverbiale dentro a una frase che più contemporanea non potrebbe. Il nuovo nonché terzo lungometraggio di finzione di Pierfrancesco Diliberto (PIF) ruota su una “cosa” che da qualche tempo sta letteralmente modificando le nostre vite: l’algoritmo. “Io vorrei, ma l’ha deciso l’algoritmo” si sente (o si sentirà presto..) pronunciare su ogni angolo dello scibile e in ogni latitudine del pianeta: dalla cucina ai viaggi, dall’abbigliamento agli elettrodomestici, dalla scelta della scuola per i figli fino – ebbene sì – al partner ideale: non saremo più liberi di decidere delle “nostre cose” perché quella “cosa” sceglie per noi, e lo fa meglio di noi, catapultandoci da schiavi in un baratro di inettitudine, depressione, degrado cognitivo e soprattutto affettivo. Già perché E noi come stronzi rimanemmo a guardare (su Sky Cinema dal 29 novembre dopo il trionfo alla Festa del Cinema di Roma lo scorso ottobre) è essenzialmente una favola sociale sull’amore, come del resto lo sono anche gli altri lavori di PIF, reporter-poeta agrodolce che ci fornisce le amare pillole (mafia, guerra, algoritmi..) con quel suo sorriso beffardo e quel tono di voce inconfondibile che giammai si comprende se “ci è o ci fa”.

Come le precedenti, la commedia drammatica (la parola è il dramedy, ma meglio svolgerla in italiano) E come stronzi rimanemmo a guardare è nutrita di un’intelligenza vivida capace di mettere in forma tutte le ovvietà del caso seguendo un registro originale, ormai “cifra di PIF”.

In una realtà urbana calata in un futuro distopico, troviamo il 48enne Arturo (Fabio De Luigi), un manager (finto) rampante che per assecondare le smanie da App della snobbissima fidanzata Lisa (Valeria Solarino) si presta a un test insulso sulle affinità di coppia. Il risultato è che l’algoritmo decide che i due non sono né mai saranno degli “happy lovers” e quindi, secondo Lisa, meglio finirla qui. Il mondo grigio del candido Arturo s’incupisce ulteriormente quando il tornello della sua azienda lo blocca all’ingresso: licenziamento in tronco con una motivazione surreale “l’algoritmo che tu stesso hai inventato ha deciso per te” gli spiega il responsabile delle risorse umane. In altre parole chi è causa del proprio mal pianga se stesso, e il povero Arturo, brillante inventore della formula “lavora meno e lavora meglio”, si trova senza arte né parte alla mercé di un mondo che gira al contrario. Un’occupazione la trova subito, ma è esattamente quella in cui la “cosa” diabolica abita sovrana decidendo qualunque aspetto dell’umana sorte che si diverte a sfruttare fino all’ultimo ologramma.

Raccontare il prosieguo di questa storia così tristemente prossima a ciascuno di noi sarebbe un crimine. Per scriverla con Michele Astori, PIF s’è ispirato al concept “Candido e tecnologia” del collettivo I Diavoli trovando con essi un’illuminata co-produzione insieme a Wildside e Vision Distribution. Difficile rintracciare grandi difetti in questa operetta che persiste nella memoria dopo la visione: perfetti gli snodi drammaturgici, bravi gli attori (forse un De Luigi eccessivamente melancolico ma il personaggio lo richiede, mentre il regista si ritaglia uno dei personaggi più amaramente divertenti da lui mai incarnati..), equilibrato il passaggio di tono da commedia vera a dramma poetico e rassegnato, colpito in pieno il tema della tragedia sociale (la disoccupazione e lo sfruttamento selvaggio dei colossi stile Uber, Amazon…una versione alla PIF del magnifico Sorry We Missed You di Ken Loach) ma anche della subdola “App-ologia” dalla cui schiavitù resta – forse – ancora possibile liberarsi credendo in se stessi, e nel vero amore.

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