È in arrivo in Veneto una missione delle Nazioni Unite per verificare se la gestione dell’emergenza Pfas abbia costituito una violazione dei diritti umani. Da anni tre province (Vicenza, Verona e Padova) devono fare i conti con il gravissimo inquinamento della falda che scorre sotto la superficie del Veneto e, conseguentemente, con l’adulterazione degli acquedotti. La colpa è stata individuata nello sversamento di sostanze industriale costituite da sostanze perfluoroalchiliche (Pfas) che si attaccano alle cellule dell’organismo creando gravi danni alla salute. A causa di questo inquinamento è in corso a Vicenza un processo che vede sul banco degli imputati i proprietari della Miteni di Trissino, l’azienda che viene indicata come la causa principale del fenomeno. Adesso però la vicenda si apre a una dimensione internazionale.

“Noi madri non siamo armate, non facciamo la guerra. Ma il nostro istinto è l’arma più potente che esista, un’arma che è strumento di cambiamento, che crea e ricostruisce, questo è quanto desideriamo ogni giorno e vogliamo insegnare ai nostri figli”. Così dichiara una delle mamme No Pfas, Michela Piccoli, animatrice del movimento nato spontaneamente e impegnato a chiedere più salute e maggiore informazione, commentando la notizia della missione Onu che dal 30 novembre al 4 dicembre sarà operativa in Veneto. L’appello di genitori e cittadini, sottoscritto a settembre e riassunto in una lettera di denuncia, è stato raccolto. Sarà una missione dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani a verificare la situazione che si è creata in Veneto. “Quello che è successo nel nostro territorio è certamente un crimine ambientale, ma quali sono gli effetti sulla popolazione di un disastro di tale portata? Siamo certi che siano stati rispettati i diritti delle centinaia di migliaia di cittadini che vivono in quest’area? Soprattutto il diritto all’informazione, alla salute, al rimedio effettivo?”. È quello che si chiedono le Mamme No Pfas, citando gli articoli della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo in materia di salute e informazione. Non è un caso che vi sia un riferimento alla trasparenza dei dati, vista la fatica con cui hanno ottenuto dalla Regione Veneto (con ricorso al Tar) i risultati delle analisi riguardanti la presenza dei Pfas negli alimenti e nelle coltivazioni.

Le Mamme No Pfas citano anche lo spostamento della produzione del C6O4 (un nuovo composto chimico che ha sostituito il Pfoa) alla Solvay di Spinetta Marengo e degli impianti della Miteni in India. “Chiediamo un processo-indagine e l’attenzione internazionale. Il crimine ambientale è un crimine sociale e la violenza multispecie e multiverso di questo crimine non deve essere trascurata. Questa è la nostra tesi. Cambiando l’approccio cambia il mondo” concludono citando la lettera all’Onu scritta da Alberto Peruffo, di Pfas.land, e inviata all’Alto commissario delle Nazioni Unite Marcos Orellanus, su invito di Giuseppe Ungherese di Greenpeace Italia.

La missione incontrerà non solo autorità ed enti locali, regionali e nazionali, ma anche chi “ha vissuto e vive sulla propria pelle la sfida di abitare in un territorio che è teatro di uno dei più gravi casi di inquinamento a livello internazionale”. Cristina Guarda, consigliere regionale di Europa Verde, che vive in una delle zone più contaminate nel Vicentino, ha dichiarato: “È significativo come la mamme No Pfas e Pfas.land si siano dovuti rivolgere all’Onu per esigere quelle risposte che non sono giunte dalle istituzioni. La notizia dona speranza ai cittadini e scuote anche il mondo politico”. Di fronte all’illusione che la situazione sia risolta, Cristina Guarda osserva: “Non lo è affatto. Mi riferisco al diritto alla salute dei cittadini che vivono nelle aree inquinate, anche quelle finora escluse da controlli ad hoc come le Zone Arancioni. Non da meno è poi il diritto all’informazione. Non dimentichiamo che ancora oggi molti cittadini non hanno accesso allo screening per conoscere il livello di Pfas presente nel proprio corpo”.

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