Otto anni dopo la scoperta che i Pfas avevano inquinato la seconda falda d’Europa che scorre nel sottosuolo del Veneto, si apre in corte d’Assise a Vicenza il processo per avvelenamento delle acque, disastro doloso, inquinamento ambientale e bancarotta fraudolenta, che vede sul banco degli imputati proprietari vecchi e più recenti della Miteni di Trissino. Si tratta dell’azienda considerata la causa degli sversamenti di sostanze perfluoroalchiliche altamente tossiche per l’organismo, che vengono usate nella produzione industriale per rendere resistenti all’acqua tessuti, carta e contenitori per alimenti, ma che si trovano anche in vernici, farmaci, detergenti. Interessate al colossale inquinamento sono le province di Vicenza, Verona e Padova, circa 350mila persone, nonché gli acquedotti che pescano nel sottosuolo. Ad aprile il rinvio a giudizio di 15 persone, la prima udienza, dedicata alla costituzione delle centinaia di parti civile, si è aperta l’1 luglio.

Ministeri, Regione Veneto, Province e Comuni, le Ulss di Vicenza, Padova e Verona, associazioni ambientaliste, ma soprattutto tanti cittadini sono intenzionati a costituirsi in un processo che non giudicherà i singoli danni, bensì l’inquinamento nel suo complesso. Oltre duecento persone avevano già sottoscritto la costituzione nella fase di indagine preliminare. Adesso sono diventate 318. Tra di loro vi sono molti esponenti dell’associazione Mamme No Pfas che hanno contribuito con prese di posizione e assemblee pubbliche a far conoscere il caso fino a Bruxelles. I loro avvocati, assieme ai rappresentanti dell’associazione Medici per l’Ambiente Italia, denunciano come non sia ancora stato mantenuto l’impegno della Regione Veneto di effettuare un’indagine epidemiologica.

Matteo Ceruti, assieme a Marco Casellato e Cristina Guasti, è uno dei legali delle Mamme No Pfas. “Sarà un maxi processo perché si è verificato in Veneto un maxi-disastro. Ormai è pacifica la prova che le sostanze sono penetrate nel sangue e nel fisico, causando malattie gravi”. Il rammarico è quello della mancata indagine sanitaria di massa. “Ad oggi non c’è un’indagine epidemiologica, anche se la Regione Veneto aveva deliberato di effettuarla. Ci sono stati gli screening sulla popolazione, con la verifica della presenza di Pfas nel sangue, ma non c’è ancora uno studio sulla relazione tra i Pfas e le malattie insorte nella popolazione”.

Lo pensano anche i Medici per l’Ambiente. “ISDE Italia è stata la prima organizzazione nazionale ad occuparsi della problematica dei Pfas per la salute umana, conducendo uno studio nella zona contaminata che ha evidenziato un eccesso significativo di mortalità e chiedendo uno screening sulla popolazione ancora nel settembre 2013. Solo nel 2017 la Regione iniziò a farlo, ma limitandolo alle fasce di età 14-65 anni, escludendo donne in gravidanza, neonati, bambini e anziani che sono le fasce della popolazione più sensibili agli effetti nocivi degli interferenti endocrini”. Ed ecco l’accusa: “Il Veneto non ha mai avviato uno studio epidemiologico nonostante l’avesse deliberato nel 2017 e non ha mai effettuato uno studio prospettico sull’incidenza dei tumori nelle zone contaminate. A distanza di otto anni, ancora non sono stati completati i nuovi acquedotti che dovrebbero portare acqua non contaminata nelle zone contaminate e non è mai stato effettuato uno studio prospettico e serio sulle donne in gravidanza e sui neonati. Anzi, la Regione vieta che chi lo voglia possa farsi a proprie spese il dosaggio dei Pfas nel sangue”. I medici spiegano come le patologie rilevate siano tumori del testicolo e del rene, ipercolesterolemia, colite ulcerosa, malattie tiroidee, ipertensione indotta dalla gravidanza e preeclampsia, nonché varie patologie cardiovascolari quali arteriosclerosi, ischemie cerebrali e cardiache, infarto miocardico acuto e diabete. Inoltre è stata accertata la perdita di fertilità nei giovani, con riduzione del testosterone.

Gli imputati sono 15, tra cui i manager giapponesi di Mitsubishi Corporation, della lussemburghese International Chemical Investors (controllante di Miteni dal 2009) e della Miteni stessa. E’ imputata anche la società, con l’addebito di bancarotta per il mancato accantonamento delle somme necessarie per la bonifica dei terreni e delle acque contaminate. Mitsubishi Corporation e International Chemical Investors sono stati citati come responsabili civili. La vicenda dei Pfas divenne di pubblico dominio nel maggio 2013, quando il ministero dell’Ambiente comunicò alla Regione Veneto l’esito di uno studio commissionato al Cnr-Irsa da cui emergevano le concentrazioni preoccupanti di Pfas nelle acque potabili di alcuni comuni veneti. Fino al 1988 l’azienda era denominata Rimar Chimica e faceva parte del gruppo Ricerche Marzotto. In quell’anno fu acquistata da Mitsubishi ed Enichem. Nacque così l’acronimo Miteni. Poi la società divenne completamente di proprietà giapponese.

La seconda udienza si terrà il 16 settembre.

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