“Non vogliamo contrastare la funzione del servizio pubblico o prendere una decisione irreversibile, ma occorreva un punto di chiarimento”. Così il leader 5 stelle Giuseppe Conte risponde a chi gli chiede se la scelta di non partecipare più alle trasmissioni Rai con esponenti del Movimento – annunciata in polemica con le nomine dei direttori dei tg – sia da considerarsi definitiva. “Occorreva chiarire che sia il merito sia il metodo, per le ragioni già dette, non ci sono apparsi assolutamente condivisibili. Non ci è apparso chiaro il criterio e occorreva precisarlo anche per correttezza nei confronti dei cittadini“, spiega l’ex premier. Tra i nomi scelti per le testate dall’amministratore delegato Carlo Fuortes, infatti, non ce n’è nemmeno uno in “quota” pentastellata, dopo l’estromissione dal Tg1 di Giuseppe Carboni nonostante gli ottimi risultati in termini di share. Contro le nomine si sono scherati sia l’Usigrai (il sindacato dei giornalisti Rai) sia i Comitati di redazione (le rappresentanze sindacali) di Tg3 e RaiNews, con quest’ultimo in particolare a parlare di “nomine spartitorie” e piegate ai desiderata della politica.

Nelle stesse ore Fuortes – insieme alla presidente dell’azienda Marinella Soldi – è stato ascoltato in Commissione parlamentare di Vigilanza e ha affrontato anche il tema delle nomine. “Per i direttori di testata il Parlamento ha stabilito che il parere del cda sia vincolante se espresso dai due terzi dei componenti”, ha ricordato, sottolineando che “la maggioranza dei membri, 4 su 7, è nominata dai due rami del Parlamento e pertanto è espressione delle forze politiche che lo compongono”. Quindi, ha concluso, “sono la legge e lo statuto a chiedere che l’ad crei le condizioni per il parere positivo in cda. È quanto ho fatto e farò in seguito, in autonomia quando è previsto e ricercando l’accordo con il cda quando è richiesto”, ha rimarcato, dicendosi comunque “molto soddisfatto delle nomine che rispondono ai criteri di equilibrio, pluralismo, completezza, obiettività e indipendenza” ma dispiaciuto di non aver raggiunto l’unanimità nella loro approvazione (il consigliere in quota M5s ha votato contro su tutte le scelte, mentre il rappresentante dei dipendenti Riccardo Laganà si è astenuto su alcune votazioni).

Anche la presidente Soldi ha rivendicato le scelte dei nuovi direttori: “Abbiamo lavorato con impegno e convinzione nel rispetto dei criteri che la legge ci impone, al di là delle posizioni di ognuno: ci auguriamo che potremo lavorare in sintonia con questa commissione, realizzando la modernizzazione della Rai e il rinnovo del contratto di servizio”, ha detto in Commissione. E ha lanciato un allarme a proposito della “trasformazione digitale” a cui è chiamata l’azienda sotto il mandato della nuova dirigenza: “In Italia scarseggia il personale con competenze digitali, tanto che l’85% delle aziende non riesce a trovarlo. Per attrarre i nuovi talenti digitali c’è bisogno di risorse adeguate, di cui al momento Rai non dispone”, ha spiegato. “Inoltre è necessaria una adeguata formazione del personale, un cambio di cultura. Il processo già è complesso, lungo ed articolato; in più a rendere sempre tutto più difficile c’è la forma giuridica della Rai, l’intreccio di profili privatistici e pubblicistici nelle norme che la riguardano e che rallentano molti passaggi”.

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