di Serena Verrecchia

Devono essersi parecchio pentiti, dalle parti di La7, di aver lasciato Matteo Renzi, la settimana scorsa, tutto il tempo davanti a tre giornalisti che hanno avuto persino l’ardire di fargli domande. A Urbano Cairo è toccato un ‘Atto di dolore’ al mattino e uno al vespro per emendare i suoi peccati. Per redimersi del tutto però, e scacciare il sospetto che su La7 i giornalisti possano fare i giornalisti, la rete ha deciso di concedere al guascone dei due mondi lo spazio mediatico che qualsiasi altro partitino all’uno per cento non potrebbe sognarsi neanche se avesse tra i suoi promoter Richard Gere con la nota insaziabile fame di protagonismo. Il conferenziere più conteso del globo (Lukashenko è riuscito ad accaparrarselo per l’inaugurazione del Rinascimento bielorusso, ad al-Sisi è sfuggito per un soffio) si è sdraiato sui divanetti di Myrta Merlino e di Massimo Giletti con nonchalance, sciorinando senza troppi patemi d’animo le sue cristalline verità.

Marco Travaglio è un pericoloso pregiudicato”, “Giuseppe Conte un coniglio”, “Pier Luigi Bersani senza coraggio”. Lui invece potrebbe tenere una conferenza di otto ore sull’etica pubblica (“parlano i fatti”, quali?).

Ha la mascella rilassata, il rodomonte di Rignano, quando può caracollare da una frottola all’altra senza possibilità di smentita. Il contraddittorio è un impalpabile gorgoglìo di sottofondo nelle interviste a tu per tu. Così Renzi può spaziare da un tema all’altro come un cavallo a briglie sciolte. Sceglie il terreno, fiuta l’humus e dopo pianta bandierine. Si martirizza così sui teleschermi degli italiani: sorriso sfrontato, sguardo avveduto, placidità dei modi. È il suo personalissimo show, che va avanti nonostante i fegati tormentati degli italiani. Può parlare di Commissione d’inchiesta sulle fake news grilline restando serio, sparare a zero sui suoi avversari politici senza che nessuno faccia domande, vantarsi di un successo in ogni campo dello scibile politico.

Afferma con totale noncuranza che no, se non gli fanno una legge che vieti ai senatori di intascare soldi da governi stranieri, lui non ci pensa nemmeno a farla finita. È in imbarazzo? Mai, al contrario la disinvoltura con cui persevera nel suo totale disinteresse per le questioni etiche, è quasi stoica. È la sua arena, il terreno che gli è più congeniale. E anche quello da cui può scappare più velocemente facendo credere di prestare il fianco alla lama.

Non c’è una domanda – una – alla quale il senatore abbia risposto nel merito. Quando la frittata è troppo grossa, la rovescia insinuando cose sui suoi avversari. Conte è il suo pensiero fisso, specie quando non se lo fila. Per questo vorrebbe trascinarlo nel suo teatrino. Come fosse tutto un gioco, una gara dialettica, un passatempo da salotto. La batracomiomachia dei disperati, che per restare a galla dovranno aggrapparsi a quel che resta di Forza Italia. Renzi è il The One Man Show, un uomo che si trova a suo agio solo sotto il ronzio dei riflettori (anche perché, lontano dal mondo ovattato delle televisioni, è difficile trovare qualcuno disposto ad ascoltarlo).

“Quando distribuivano il coraggio, Conte era in lockdown”, si è lasciato scappare in uno dei suoi tanti motti di spirito. Verrebbe da dire che quando invece distribuivano la decenza, lui era a Ryad a decantare il Rinascimento arabo. Renzi fa Renzi, inutile sperare nel contrario. Ma la domanda che sorge spontanea ogni volta che il bel faccione di Rignano si affaccia sui teleschermi di casa nostra, è questa: perché si continua a stendergli sotto i piedi i tappeti rossi dei salotti tv, da cui lui può moltiplicare il suo verbo come fosse davvero padrone del voto di una fetta consistente di italiani?

Nel più ottimista dei sondaggi, il partitino del senatore non supera il due per cento dei consensi, malgrado la sua imponente sovraesposizione mediatica. Eppure, staziona negli studi televisivi di tutte le emittenti a tutte le ore del giorno. È normale?

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