Erano i primi giorni di ottobre del 2011, a Torino Libera organizzava un convegno sulle mafie al Nord, nello sbigottimento di molti. Prese la parola l’allora procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia, che disse (cito a memoria ma in maniera ragionevolmente fedele, visto che rimasi molto impressionato): noi potremo anche sconfiggere una volta per tutte Cosa Nostra intesa come organizzazione mafiosa storicamente data, ma rischiamo di essere travolti dalla mafiosizzazione della società.

Alludeva al successo che rischiava di avere il modo mafioso di stare al mondo.

Un modo che, al netto della cosiddetta “riserva di violenza” necessaria per integrare sul piano penale il 416 bis, è fondato sullo spartiacque “amici-nemici”. Gli “amici” si proteggono gli uni, gli altri, i “nemici” devono essere neutralizzati o attraverso l’intimidazione quando è sufficiente a generare assoggettamento, cioè ubbidienza, o attraverso la vera e propria eliminazione. I gruppi di “amici” hanno uno scopo soltanto che è quello della supremazia sugli altri gruppi. I reati così detti “fine” sono gli strumenti criminali in uso alle organizzazioni di “amici” che tradizionalmente definiamo mafie.

Quanto fu profetico Ingroia?

Quanto il paradigma “amici-nemici” in lotta per la supremazia, serva ad interpretare molte delle faccende italiane ognuno può misurarlo. Ma non si farà fatica ad adoperarlo anche per le più esiziali questioni globali e, purtroppo, persino per talune prassi in voga nel campo degli amanti dei diritti.

Questo paradigma, che ha radici millenarie, ha senz’altro il merito di offrire una strada, battuta infinite volte, che conduce alla semplificazione della complessità, alla ordinatura (che sia un neologismo?) del caos, come spesso viene percepito il pluralismo delle idee, che invece dovrebbe essere considerato il sale della democrazia. E’ una strada maledetta che porta soltanto al trionfo del dispotismo e della corruzione, che sempre accompagna le manifestazione autoritarie del potere.

Sul terreno della giustizia, per esempio, si combatte da decenni in Italia una battaglia aspra che purtroppo rischia di apparire agli occhi dei cittadini poco o per nulla ispirata alla ricerca dell’interesse generale, quanto piuttosto alla ricerca di rivalse nella più classica delle logiche “amici-nemici”. Come eterni “Capuleti” e “Montecchi”, magistrati da un lato e politici dall’altro sembra che se le diano di santa ragione, che manco un film di Bud Spencer e Terence Hill. Un rischio che va contrastato strenuamente, attraverso il richiamo all’equilibrio, alla misura e al rispetto profondo delle reciproche auto-nomie (il trattino è voluto per evidenziare il concetto), autentica cifra delle nostre democrazie.

A farne le spese è ancora una volta il principio di legalità, aborrito da qualunque clan proprio perché, almeno in un “ecosistema” democratico e repubblicano, il principio di legalità rimanda a quello della uguaglianza di tutti davanti alla legge e questo a sua volta al principio della uguale dignità di ogni essere umano, principio che, nell’idea di democrazia figlia della Rivoluzione francese, dovrebbe ispirare ogni legge. Su questo un richiamo brillante ed autorevole arriva dall’ultimo libro di Caselli e Lo Forte, La Giustizia conviene, dove si legge: “Attenzione, però: se l’Italia delle regole soccombe, si innesca una spirale perversa che inesorabilmente porta a lacerazioni profonde che possono fare a brandelli lo stesso senso morale della nostra comunità”.

Insomma, per fare un esempio: aiuterebbe poter constatare che la solerzia usata dal Legislatore delegato nel fissare paletti a quanto i pm possano o non possano dire in conferenza stampa, fosse quanto meno la stessa adoperata per contrastare le continue aggressioni alla libertà di stampa. Ricordando, ancora una volta, come fanno Caselli e Lo Forte, la lezione di don Milani che invitava a distinguere tra leggi buone e leggi non buone: buone sono quelle che fanno la forza del debole, cattive quelle che assecondano il sopruso del forte.

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