“Chi di Erdogan ferisce, di Lukashenko perisce”: se paghi Erdogan per tenersi i profughi siriani, autorizzi Lukashenko a pensare che prima o poi pagherai pure lui perché non ti porti ai confini migranti iracheni.

Nessun dubbio che Alexander Lukashenko sia il peggio del peggio, un autocrate spregiudicato che non rispetta nel suo Paese la libertà d’espressione e i diritti umani. E, del pari, nessun dubbio che Racep Tayyip Erdogan sia solo un filo meno peggio di lui, solo perché la legittimità democratica delle sue elezioni è meno contestabile.

Ma, allora, perché l’Unione europea si stupisce se, dopo avere assegnato a Erdogan, per sei miliardi di euro, mica bruscolini, la custodia e la gestione di due milioni di profughi siriani, adesso Lukashenko cerca di ricattarla spingendo verso le sue frontiere alcune migliaia di disperati iracheni, molti dei quali arrivati dal Medio Oriente – è l’accusa – con visti quasi gratis e voli sponsorizzati dalla Bielorussia e il miraggio di approdare nell’Ue.

E’ una cinica ritorsione contro le sanzioni imposte da Bruxelles a Minsk per le ripetute violazioni dei diritti umani. L’Ue denuncia la risposta “asimmetrica” della Bielorussia – che viola il ‘galateo delle ritorsioni’, di per sé ipocrita – e parla di “attacco ibrido”. Ed è effettivamente spregevole l’uso delle persone come merce di scambio.

Intanto, la Russia soffia sul fuoco: anche il presidente russo Vladimir Putin ha un conto di sanzioni in sospeso con l’Ue, cui lui ha risposto in maniera convenzionale, con dazi su prodotti europei. Vedere i 27 in difficoltà non dispiace al signore del Cremlino, che mira a liberare l’economia russa dalle pastoie delle sanzioni.

Ma pure di qua della cortina di ferro creatasi ai confini occidentali della Bielorussia, con la Polonia e, in minor misura, con la Lituania e la Lettonia, ci sono magagne e contraddizioni. Varsavia, il cui premier Mateusz Morawiecki definisce Lukashenko “un gangster”, chiede ai partner aiuto e solidarietà, beni che lei non è mai disposto a barattare. Anzi, mentre sollecita un intervento europeo, Morawiecki impedisce l’accesso all’area dei fatti a Frontex, l’agenzia di frontiera dell’Unione: Varsavia non vuole interferenze nella gestione dei migranti – gli ingressi irregolari dall’Est sarebbero 23mila – e teme l’oggettività dei resoconti – i bielorussi accusano i polacchi di violenze e brutalità, in particolare su un gruppo di curdi.

Inoltre, è soprattutto colpa dei sovranisti dell’Est – e non solo – se l’Unione non ha tuttora poteri e competenze in materia d’immigrazione: se la Commissione europea volesse accogliere le richieste della Polonia, senza pesare sulla pelle di quei disgraziati di esuli iracheni, non avrebbe in ogni caso il potere di decidere una redistribuzione fra i 27, perché i governi dei 27 non hanno voluto darglieli – e Varsavia, con Budapest, è stata in prima linea su questo fronte.

Le cronache riferiscono che sono almeno duemila le persone che bivaccano da giorni nei boschi tra Bielorussia e Polonia, con temperature glaciali e poca acqua e cibo, molte le donne e i bambini. Di qua e di là del confine, forze dell’ordine schierate, momenti di tensione e tafferugli.

Per il momento, l’Ue resiste al ricatto della Bielorussia e tiene il punto: il Consiglio dei Ministri dell’Unione ha sospeso lo schema di facilitazione dei visti per gli esponenti del regime di Minsk e sta approntando nuove sanzioni. Morawiecki, che a fine ottobre, nel Parlamento di Strasburgo, invocava il diritto della Polonia di violare le regole dell’Ue, gioca adesso la carta dell’Europa: “Chiudere il nostro confine è nostro interesse nazionale. Ma qui è in gioco la stabilità e la sicurezza di tutta l’Unione”. Perché qui sì e nel Mediterraneo no?

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