Se in questa stagione l’Ajax ha celebrato Bob Marley adottando una fascinosa terza maglia nera con bordi rossi, verdi e gialli, il suo club filosoficamente più affine, ovvero il Barcellona, ricorda piuttosto la famosa hit di Jimmy Cliff, The Harder They Come, contenuta nell’omonimo album che faceva da colonna sonora al film del 1972 “Più duro è, più forte cade”, considerato l’apripista nella diffusione della musica reggae al di fuori della Giamaica. The harder they come, the harder they fall: e la caduta dell’attuale Barcellona è durissima, perché si tratta di un collasso tanto sotto il profilo tecnico, quanto e soprattutto sotto quello economico.

Le sconfitte nel Clásico, la quarta consecutiva contro il Real Madrid (non accadeva dagli anni Sessanta), e contro il Rayo Vallecano hanno lasciato la squadra al nono posto della Liga, pur con una partita da recuperare che, anche in caso di vittoria, non porterebbe i blaugrana nemmeno al sesto posto. Quest’ultima è una posizione da codice rosso, visto che rappresenta il peggior piazzamento ottenuto dal club nel nuovo millennio. Accadde nella stagione 2002-03, caratterizzata da turbolenze ovunque, con tre cambi in panchina (da Louis van Gaal al traghettatore Antonio De La Cruz fino a Radomir Antic) e quattro alla presidenza (Joan Gaspart, Enric Reyna, un interim della Commissione Direttiva, Joan Laporta).

Quantomeno in quell’anno il Barcellona fece la voce grossa in Champions, uscendo ai quarti di finale a causa di una zampata di Marcelo Zalayeta che permise alla Juventus di espugnare il Camp Nou ai tempi supplementari. Oggi nemmeno l’Europa sorride ai catalani, con due nette sconfitte nelle prime tre partite dei gironi e una qualificazione molto a rischio. Soprattutto, preoccupa la scarsa qualità del gioco (“gioca di più palla a terra il Southampton”, ha scritto qualche settimana fa il settimanale olandese Voetbal International) e la mancanza di personalità della squadra. Il fresco esonero di Ronald Koeman, senza una candidatura seria per la sua sostituzione, rende la situazione ancora più nebulosa.

Il problema più drammatico del Barcellona riguarda però i conti. L’esercizio 2020/21 è stato chiuso con un rosso di quasi mezzo miliardo di euro, che rappresenta un record negativo nella storia del calcio. Qualche settimane fa avevano fatto scalpore le cifre di Inter e Juventus, le cui perdite della scorsa stagione ammontavano rispettivamente a 246 e 210 milioni di euro. I catalani si attestano su numeri doppi, 481 milioni, che salgono a 579 se si considera anche la stagione 19/20, ovvero la prima vissuta durante la pandemia. Numeri che Laporta e l’ex presidente Josep Bartomeu si rimpallano in un triste teatrino del tua culpa, ma che assumono proporzioni ancora più drammatiche se confrontati con quelli realizzati dai rivali storici del Real Madrid, che nelle due stagioni del Covid-19 hanno fatto registrare addirittura un avanzo pari a un milione.

La prima grande differenza l’hanno fatta le entrate. Da anni il Clásico si sta combattendo senza esclusioni di colpi anche a livello commerciale, con sorpassi e contro-sorpassi degni delle migliori gare motoristiche. Nel 17/18 il Real conduceva di 60 milioni (751 il fatturato delle merengues contro i 690 dei culés), prima di venire surclassato di 84 milioni nella stagione successiva (757 contro 841, quest’ultima una cifra record nella storia del calcio). Oggi, dopo due anni di contrazione delle entrate per le ragioni che tutti conosciamo, il quadro che emerge vede un Real capace di tamponare i mancati introiti tornando ai livelli di cinque anni fa, con una perdita complessiva di circa 100 milioni (653 il fatturato 20/21). Il Barcellona invece ne ha persi 250, scivolando sotto la soglia dei 600 milioni (591). Il tutto nonostante i rinnovi fino alla metà del 2022 dei contratti di sponsorizzazione con Rakuten e Beko, pur con cifre ritoccate al ribasso. Sembra passato un secolo da quando il Barcellona poteva permettersi di giocare senza sponsor (o al massimo mettere sulla maglia l’Unicef) per rispettare una tradizione ultracentenaria.

In casa Barcellona il gioco ha potuto reggere fino a quando gli ottimi risultati commerciali hanno permesso al club di compensare l’esplosione dei costi avvenuta sotto la gestione Bartomeu. Nel 16/17 i salari (giocatori e staff) ammontavano a 340 milioni, ma già due anni dopo la cifra era salita a 501, contro i 362 del Real. A questa si accompagna l’aumento della voce relativa agli ammortamenti e alla svalutazione dei diritti dei calciatori, che indica il valore patrimoniale attribuito al parco calciatori (maggiore è la qualità della rosa, più alta risulta essere la cifra). Due anni fa tale somma era pari a 146 milioni, più del doppio di quella (67) del 16/17, mentre lo scorso anno si è verificato un ulteriore aumento, arrivando a 174 milioni. L’ultimo bilancio, che annovera ancora Messi, vede una piccola flessione, con l’importo che si attesta a 155. Gli effetti benefici (a livello economico) del mancato rinnovo dell’argentino, ma anche di un altro big come Griezmann, si vedranno a partire dal bilancio 21/22.

Nelle ultime due stagioni la cattiva gestione in uscita di Bartomeu ha creato una sorta di paradosso: il club con il fatturato più alto al mondo era costretto a fare a cassa per poter acquistare nuovi giocatori. E se i soldi ancora non bastavano, si ricorreva agli acquisti a credito (Coutinho e Frenkie de Jong, pagati a rate – l’Ajax vanta ancora un credito di 47 milioni nei confronti dei blaugrana, somma della rata finale di 30 per De Jong e dei 17 per Serginho Dest) o ai prestiti da finanziarie (Griezmann, comprato con i soldi dell’inglese Capital 23). Una politica che ha generato un ulteriore incremento delle uscite, tra quote capitale e interessi prodotti dal continui prestiti dovuti alla carenza di liquidità. Con il mercato paralizzato dalla pandemia, al Barcellona è venuto a mancare anche quel minimo di ossigeno che può derivare da una cessione multimilionaria.

Si è così arrivati, anche a causa di altri fattori contabili come il deprezzamento della rosa messo nell’ultimo bilancio per 161 milioni di euro (non sono però stati esplicitati i giocatori oggetto di tale perdita di valore contabile) e gli accantonamenti per spese fiscali e legali (il contenzioso che opponeva il club a Neymar, ora chiuso, è pesato sull’ultimo bilancio per 45 milioni), al Barcellona “povero” di questa estate, con un mercato costruito su parametri zero (Depay, Aguero, Eric Garcia) e prestiti (Luuk de Jong), dove l’unico giocatore acquistato – Emerson Royal – è stato venduto dopo solo un mese realizzando una plusvalenza di 11 milioni. Un Barcellona adesso costretto a sobbarcarsi uno stipendio top in più dopo l’esonero di Koeman, salvo che non si decida di arrivare a fine stagione con un traghettatore già nello staff o si trovi un accordo con il tecnico olandese per la cessazione anticipata del contratto.

Eppure pochi giorni è circolata la notizia che Laporta vuole Mbappè. Nonostante il prestito decennale di 600 milioni di euro, al tasso di interesse del 2%, sottoscritto per ristrutturare una parte del debito. Nonostante il finanziamento di 1.5 miliardi, approvato pochi giorni fa, per la ristrutturazione del Camp Nou. Nonostante i paletti imposti dal tetto salariale della Liga. Perché, in fin dei conti, Laporta è stato eletto dai 108mila soci del club, e i voti si guadagnano vendendo sogni e promettendo campioni, non parlando di contabilità e debiti. Soprattutto quando le cose in campo vanno male e la discrepanza tra presente e passato è squilibrata tanto quanto i conti che si cerca di sistemare.

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