Fine di giochi? Non è detto. La partita di scacchi tra il Tesoro ed Unicredit per Monte dei Paschi di Siena potrebbe essere solo sospesa. Al momento nulla si può escludere. Certo, nel week end le due parti hanno diffuso una nota congiunta per dire che, a queste condizioni, la trattativa è finita. Stamane in apertura degli scambi, entrambi i titoli hanno accusato pesanti cali. Mps è arrivata a perdere circa il 20%, Unicredit più del 10%. Poi gli animi si sono raffreddati e la razionalità ha preso il sopravvento tra gli investitori (non dimentichiamo che la violenza delle oscillazioni è favorita anche da scambi gestiti ormai per oltre due terzi da algoritmi). Il ragionamento che si fa è che è molto improbabile che Mps venga abbandonata al suo destino, impossibile in una fase come quella attuale in cui l’economia italiana si sta risollevando da il calo del Pil più marcato del dopoguerra.

Il Tesoro ha in mano il 64% della banca senese, comprato nel 2017. In teoria, per impegni presi con Bruxelles che hanno scongiurato l’applicazione delle norme sui salvataggi bancari, il Mef dovrebbe vendere la sua partecipazione entro fine anno. Ma al ministero sembra esserci un certo ottimismo sul fatto che la data possa essere spostata, forse di un anno. In fondo si è visto che, con Draghi a palazzo Chigi, l’Europa sembra essere un po’ meno severa con Roma. E una crisi bancaria che deflagra nella terza economia d’Europa non fa bene a nessuno.

Il fattore tempo è l’asso nella manica dei compratori e quindi di Unicredit, da anni individuato come il soggetto privilegiato a cui affidare Mps. Trattative ufficiali sono state avviate però solo lo scorso luglio. Da quel momento la banca guidata da Andrea Orcel ha avuto accesso a tutti i numeri del gruppo senese e le richieste nei confronti del Tesoro hanno iniziato a lievitare. Dai 4-5 miliardi di cui si parlava all’inizio si è saliti fino ad 8,5 miliardi: un aumento di capitale da 6,3 miliardi più 2,2 miliardi di agevolazioni fiscali. Secondo altre ricostruzioni la richiesta di Unicredit sarebbe arrivata addirittura oltre i 13 miliardi di euro. Rispetto alla valutazione del Tesoro un gap di almeno 3 miliardi di euro. Difficile capire quanto ci sia della sapienza del giocatore e quanto di condizioni della banca senese effettivamente peggiori di quanto ipotizzato nelle richieste di Orcel.

Su Mps “abbiamo messo in chiaro fin dall’inizio delle trattative che il coinvolgimento di UniCredit sarebbe dipeso dal verificarsi di una serie di principi e condizioni concordati da entrambe le parti, posti per proteggere gli interessi di tutti i nostri stakeholder”, ha detto oggi il numero uno di Unicredit spiegando poi che “l’operazione sul Monte dei Paschi l’abbiamo sempre vista come un’occasione per rafforzare il settore bancario di questo Paese, e al tempo stesso garantire un futuro brillante tanto ai clienti quanto ai dipendenti di Mps. L’accordo avrebbe potuto creare valore aggiunto per UniCredit e avrebbe potuto rafforzare il nostro posizionamento nei nostri mercati principali e aumentare la nostra base clienti è una parte fondamentale del nostro nuovo piano strategico”.

Ammesso e non concesso che la partita con Unicredit sia chiusa le carte che restano in mano al Tesoro per non ricorrere ad un salvataggio in piena regola della banca sono due, entrambe condizionate dalla disponibilità di Bruxelles a concedere più tempo. La prima è la ricerca di un nuovo acquirente al posto di Unicredit. Il gruppo Banco Bpm, che si dall’inizio della vicenda è stato considerato il “panchinaro” di questa partita, ha chiarito oggi di non avere nessuna intenzione di scendere in campo. Si sussurra, senza troppa convinzione, il nome di Bper o non meglio precisate “banche francesi”.

A questo punto però chiunque decidesse di sedersi al tavolo con il Tesoro, in ogni caso, difficilmente partirebbe da condizioni meno ambiziose di quelle poste da Unicredit. Un’altra possibilità è che il Tesoro tenga in piedi la banca da sola per un altro anno, in tal caso si ipotizza un aumento di capitale da circa 3 miliardi di euro e poi una gestione dei crediti malati attraverso Amco, la “bad bank” pubblica che si occupa di smaltire i “non performing loan”. Verrebbe forse rispolverato il piano messo a punto dall’attuale amministratore delegato Guido Bastianini che oltre alla ricapitalizzazione prevede 2,700 esuberi. Uscite che in ogni caso ci saranno. Non va esclusa neppure la possibilità che il governo faccia ancora un po’ di pulizia a Siena e poi riapra la porta ad Unicredit.

Le certezze sono due. La prima è che i contribuenti dovranno sobbarcarsi i costi di accasamento/salvataggio della banca con un esborso finale ancora difficile da quantificare. La seconda è che l’organico della banca sarà significativamente ridimensionato. Mps ha chiuso il secondo trimestre dell’anno con 202 milioni di utili, risultato che è visto in miglioramento nella prossima trimestrale. Ma il male oscuro di Mps, come di tutte le banche italiane andate a gambe all’aria nell’ultimo decennio, sono i crediti deteriorati, ossia finanziamenti erogati che non vengono più rimborsati o lo sono solo in parte e in tempi lunghi a causa del fallimento del debitore. Finché non vengono ceduti o svalutati, questi crediti sono perdite solo in potenza. Si sa che ci sono ma non si sa esattamente quanto siano grandi.

I fattori di incertezza sono tanti, e lo si vede anche dall’andamento dei bond subordinati della banca oggi precipitati sui mercati. Si tratta di titoli più simili alle azioni che alle obbligazioni tradizionali che verrebbero coinvolti nel salvataggio della banca (quindi subirebbero delle perdite) qualora si seguisse questa strada e dunque non la vendita dell’istituto a condizioni di mercato. I subordinati Mps valgono nel complesso 1,5 miliardi di euro e in buona misura sono stati collocati anche presso piccoli risparmiatori. Non esattamente il cliente tipo per questo genere di prodotti finanziario.

Si qui l’aspetto economico finanziario, ma quando si parla di banche, e di Mps in particolare, c’è sempre anche un risvolto politico. Presto per dare un giudizio definitivo ma certo è che il presidente del Consiglio Mario Draghi (che quando era a capo di Banca d’Italia diede via libera alla acquisizione strapagata di Antonveneta da parte di Mps, l’inizio della fine della banca senese e in cui Andrea Orcel, allora in forze a Merrill Lynch, ebbe un peso importante come consulente del Monte), l’ex ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, che oggi è presidente di Unicredit, e il ministro dell’Economia Daniele Franco e il suo direttore generale Alessandro Rivera non si sono distinti per una gestione molto diversa dalle precedenti. C’è poi la questione delle tempistiche della rottura che qualcuno guarda con sospetto. Lo stop delle trattative avviene infatti ad elezioni suppletive archiviate con il segretario del Pd Enrico Letta eletto deputato proprio in quel di Siena dove si assegnava il seggio lasciato libero dall’ex deputato Padoan.

Letta ieri ha applaudito la decisione del Tesoro di stoppare le trattative affermando che “Unicredit voleva una svendita”. Poco fa in una nota congiunta Antonio Misiani, responsabile Economia nella Segreteria del PD e Simona Bonafè, segretaria regionale PD Toscana hanno scritto che “l’interruzione dei negoziati tra Mef e UniCredit su Mps rende necessaria la ricerca da parte del Governo di soluzioni alternative di mercato per garantire al meglio il futuro del gruppo bancario di Siena. Auspichiamo che il Governo concordi con la Commissione Ue un rinvio della scadenza per la fuoriuscita dello Stato dal capitale sociale di Mps, mettendo in campo tutte le iniziative utili a perseguire il rafforzamento della banca e del sistema creditizio italiano nel suo complesso”. “Sono questioni su cui ci vuole molta attenzione, molto lavoro e silenzio” è il breve commento del presidente della Camera Roberto Fico.

“La Commissione europea deve concedere la proroga alla scadenza, fissata per fine anno, per individuare il partner destinato a rilevare il Monte dei Paschi di Siena. La soluzione Unicredit si è rivelata non praticabile viste le condizioni onerose per le casse dello Stato poste dal gruppo bancario internazionale”, dichiara la capodelegazione del Movimento 5 Stelle al Parlamento europeo, Tiziana Beghin. Sulla stessa linea il sindaco di Siena Luigi De Mossi che afferma: “Credo che la proroga sia auspicabile e anche importante perché abbiamo la fortuna di avere un presidente del Consiglio che ovviamente è autorevole in Italia, ma lo è anche in Europa. Quindi se perviene da lui e anche da Franco, un’altra persona molto autorevole, la richiesta di proroga l’Europa si porrà una domanda in maniera molto specifica”.

Da Bruxelles la Commissione fa sapere di seguire “da vicino i recenti sviluppi su Mps ed è in contatto con le autorità italiane. L’Italia si è impegnata a vendere tutte le azioni della banca entro una certa scadenza. Il termine non è scaduto. Non possiamo commentare la scadenza, che è considerata informazione riservata. E’ responsabilità dei Paesi rispettare gli impegni sugli aiuti di Stato ed è loro compito proporre le modalità per adempiervi. Spetta” a Roma “decidere e proporre la modalità di uscita dalla proprietà Mps tenendo conto degli impegni in materia di aiuti di Stato del 2017”.

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