Da un lato: “Non sarà una svendita di comparti statali”. Dall’altro: la cessione è “inevitabile”, perché il piano della banca non è “conforme” ad alcuni degli impegni presi con l’Ue e quindi esiste il rischio che si superino i 2.500 esuberi stimati dall’istituto, se la Commissione dovesse alzare l’asticella. A seguito della richiesta da parte delle commissioni Finanza di Camera e Senato, il ministro dell’economia Daniele Franco si è presentato per riferire sull’operazione Unicredit-Mps descrivendo lo scenario sottostante l’interlocuzione aperta tra il Tesoro, titolare del 64% della banca senese dal 2017, quando l’allora ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan (ora alla presidenza di Unicredit) orchestrò l’ennesimo salvataggio dell’istituto toscano. Il ministro Franco ha affermato che “solo due soggetti hanno manifestato un interesse per Mps, il fondo Apollo ed Unicredit”.

Un’operazione, quella tra Mps e Unicredit, che ”costituisce una soluzione strategicamente superiore dal punto di vista dell’interesse generale del Paese”, ha detto durante la relazione. Ed è possibile che il ministero dell’Economia “riceva azioni del gruppo Unicredit ma tale eventuale partecipazione al capitale azionario del gruppo non dovrebbe alterare gli equilibri di governance”. Quindi, da un lato, ha provato a tranquillizzare sul fatto che “non sarà una svendita di comparti statali” e dall’altro avviato che “non vi sono le condizioni per mettere in discussione la cessione”.

Tuttavia, di fronte a quello che è stato definito uno ‘spezzatino’ dell’istituto di credito senese, ha sottolineato che “non vi sono al momento elementi che facciano intravedere rischi di smembramento della banca”. La banca, ha aggiunto, ha elaborato “una propria strategia di sviluppo” ma “il nuovo piano predisposto, tenendo conto degli impegni con la Commissione Ue, ha obiettivi non conformi a tali impegni”. In particolare, la riduzione costi fissata al 51% dei ricavi da Bruxelles, mentre in base al piano si prevede il 74% nel 2021 e ancora il 61% al 2025. “Nel caso probabile in cui la Commissione Ue ponesse un obiettivo più ambizioso” di riduzione dei costi per Mps, gli esuberi di personale “potrebbero essere considerevolmente più elevati” rispetto alle 2.500 unità di esodi volontari stimati dalla banca nel piano industriale. Nella sua replica, dopo gli interventi, ha garantito che “non chiuderemo a tutti i costi” e in ogni caso, se la due diligence dovesse andare a buon fine, “torneremo in Parlamento”.

L’esito dello stress test, ha ricordato, “conferma l’esigenza di un rafforzamento strutturale di grande portata” per Mps e per “portarla su valori medi delle banche europee” servirebbe “un aumento ben superiore a quello previsto dal piano 2020-2025” da 2,5 miliardi di euro. “Il piano stand alone – ha aggiunto ancora Franco – sarebbe esposto a rischi ed incertezze considerevoli e a seri problemi di competitività”. E ancora: “Non si ravvisano le condizioni per una interlocuzione” con l’Unione europea per cambiare le condizioni che prevedono la dismissione da parte del Mef. Che, ha concluso, ha “priorità” la “salvaguardia dell’occupazione e del marchio, oltre che del risparmio”. L’operazione verrà condotta, ha rassicurato, in un “contesto di massima attenzione verso le tematiche occupazionali” all’interno di “un progetto di rilancio e di valorizzazione della città di Siena”.

Domani Mps comunicherà i dati relativi al secondo trimestre dell’anno. La trimestrale potrebbe chiudersi con un piccolo utile. È quanto si apprende in ambienti vicini alla banca senese, in cui si parla di un risultato di esercizio che dovrebbe essere sostanzialmente “in linea” con quello del primo trimestre quando si erano messi a bilancio profitti per quasi 120 milioni. Domani il consiglio di amministrazione, oltre ai conti, approverà la transazione con la Fondazione Mps, che costerà 150 milioni di euro, che porrà fine ad un contenzioso legale, e i cui effetti dovrebbero, per competenza temporale impattare sui risultati del terzo trimestre.

Presentando i dati di Intesa Sanpaolo l’amministratore delegato Carlo Messina ha affermato oggi che “non ci porremo in nessun modo come ostacolo ad una eventuale operazione di Unicredit nei confronti di Mps” in riferimento ad un ipotetico ricorso all’Antitrust. “Non porterò in nessun modo – ha aggiunto – la banca su una posizione di ostacolo. Lo trovo anche un segno di debolezza”. Messina ha aggiunto di guardare favorevolmente ad un’operazione che contribuisce a stabilizzare il sistema bancario.

Si terrà invece probabilmente a settembre l’audizione di Unicredit davanti alla Commissione parlamentare di inchiesta sul sistema bancario. La richiesta della Commissione, a quanto si apprende, è partita oggi e dovranno essere ora definiti la data e il nome del rappresentante di Unicredit che relazionerà davanti ai parlamentari, rappresentante che potrebbe essere direttamente l’amministratore delegato Andrea Orcel.

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