Clamoroso boomerang per l’Istituto di previdenza dei giornalisti, l’Inpgi, che non solo aveva querelato due suoi iscritti per diffamazione, ma è anche riuscito a perdere. Oggetto del contendere, un articolo di Manuela D’Alessandro sul blog Giustiziami di Frank Cimini che riferiva di come l’ente non si fosse ancora costituito parte civile nel procedimento per la bancarotta che aveva causato all’istituto un danno da 8 milioni di euro e che vedeva tra gli indagati l’allora presidente dell’Inpgi Andrea Camporese che fu poi assolto.

“Sarebbe la storia di una delle tante ‘querele temerarie‘ a lieto fine, per le quali il sindacato Fnsi scende in piazza (e giustamente) ogni settimana, se non fosse che questa volta a promuovere la fastidiosissima azione civile – si legge in una nota dell’Ordine dei giornalisti lombardo – è stata la cassa previdenziale dei giornalisti italiani di diretta derivazione sindacale, l’organismo garante dell’autonomia e dell’indipendenza professionale, come recitano ogni dì i suoi dirigenti”.

L’articolo, secondo i giudici ha riportato una notizia corretta, continente, pertinente e l’ente che chiedeva 75mila euro tra danni e riparazione pecuniaria, è stato condannato al pagamento di 4.800 euro di spese. L’Inpgi, nota ancora l’ordine lombardo, aveva agito “esattamente come uno di quei soggetti ‘intimidatori e imbavagliatori della libera stampa’ quotidianamente bersagliati dai dirigenti di categoria”.

Secondo il Tribunale, però, l’articolista “è stata pienamente rispettosa dei criteri elaborati dalla giurisprudenza quali la verità oggettiva del fatto, la pertinenza e la continenza espressiva” perché “le attività giudiziarie raccontate si sono effettivamente svolte in sede di prima udienza” e su quei fatti “sussiste l’interesse pubblico all’informazione” stante “il forte impatto mediatico, tanto da coinvolgere la Presidenza del Consiglio e il Ministero dell’Economia oltre a un’interrogazione parlamentare che palesa in maniera chiara e inconfutabile la gravità degli eventi come allora apparivano”.

Secondo il presidente dell’ordine lombardo Alessandro Galimberti, “l’Inpgi ‘casa dei giornalisti italiani’, come piace autodefinirsi ai suoi rappresentanti, ha tenuto per quattro anni due bravi e onesti colleghi in ostaggio di un processo che non doveva farsi e che smentisce in un colpo solo tutta la retorica sindacale sulla difesa dei cronisti e della loro indipendenza. In realtà i fatti dimostrano che questi rappresentanti della categoria aspirano solo ad avere una stampa allineata, e silente quando è richiesto”.

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