Oggi, giovedì 30 settembre, esce Ecologia della rete. Come usare internet e vivere felici (Mimesis, 18 €): libro didattico, pedagogico, forse persino terapeutico, sugli spettri che abitano il web. Qui di seguito ne riscrivo il prologo per ilfattoquotidiano.it, i cui lettori mi sopportano da quasi un decennio.

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Uno strano sogno, o piuttosto un incubo, s’è diffuso sui media nella scorsa primavera, a circa un anno dall’inizio della pandemia. Uno dei maggiori scrittori contemporanei, Don Delillo, nel suo ultimo romanzo, Il silenzio, uscito in Italia nel 2021, ha dato all’incubo la forma seguente. Nel 2022, mentre i protagonisti atterrano a New York dopo la prima vera vacanza post-pandemia, un misterioso blackout azzera le comunicazioni. Non funziona più niente: né la radio dell’aereo, né i televisori nelle case, né il cellulare.

Mentre si aggirano, come tutti, per le strade della città, i protagonisti si accorgono di un fenomeno se possibile ancor più allarmante. Il silenzio dei media irrimediabilmente spenti da giorni finisce per invadere le loro teste e dilagare nelle loro vite. Qualcuno si chiede ancora, meccanicamente, chi ha vinto l’ultimo Super Bowl; altri continuano a salmodiare, dentro di sé, vecchi slogan pubblicitari. Quel che si è perso non è solo il rumore che faceva da colonna sonora alla vita degli umani, ma il senso stesso delle cose.

Il libro finisce qui, ma una serie Netflix uscita poco dopo, e intitolata Tribes of Europa, ne mette in scena una possibile prosecuzione. Già al libro faceva da epigrafe questa frase di Albert Einstein: “Non so con quali armi si combatterà la terza guerra mondiale, ma la quarta […] si combatterà con pietre e bastoni”. Tribes of Europa è ambientata nel 2074, e trent’anni prima un altro blackout, detto Dicembre Nero, ha azzerato i media e tutte le ICT (information and communication technologies).

L’umanità è regredita a uno stadio primitivo, in cui diverse tribù si contendono, con pietre e bastoni, il territorio e le macerie del mondo tecnologico: compreso un misterioso Cubo di cui si è dimenticato l’uso originario, ma che gli umani regrediti considerano una specie di Santo Graal. Non c’è bisogno di citare Wittgenstein per trovare la morale della favola: noi umani apparteniamo a una comunità tenuta insieme dalla scienza e dall’educazione”. Tolta la scienza, vengono meno anche l’educazione e l’umanità stessa.

Il libro, naturalmente, non ambisce a dire chi siamo e dove andiamo. Intanto, è scritto da un giurista al quale, a come molti della sua professione e generazione, capita di sentirsi obsoleto, sostituibile da macchine più efficienti di lui. Come se non bastasse, il lavoro è stato scritto durante una pandemia che l’autore ha vissuto nella propria testa ancor più che sulla propria pelle: giungendo a chiedersi, nei momenti peggiori, che senso resti a un mondo post-pandemico ormai quasi completamente digitalizzato.

Rifondendo scritti posteriori a Come internet sta uccidendo la democrazia (Chiarelettere 2020), che a sua volta riprendeva temi di Non c’è sicurezza senza libertà (Il Mulino, 2017), il libro è stato scritto all’ombra di due eventi emblematici, come si dice. Intanto, l’assalto a Capitol Hill, estremo attacco populista alla democrazia liberale. Poi, il bando dai social inflitto a Donald Trump: che risolleva il problema della regolamentazione di internet, e più in generale dell’Intelligenza Artificiale (IA).

Quando Lino Banfi tenta di farci credere che solo abbonandoci a Tim riusciremo a vedere il calcio, o quando sulla app Io ci arriva una multa che neppure sapevamo di aver preso, ci prende la stessa inquietudine di Delillo. I liberisti la chiamano distruzione creatrice, i tecnologi digital disruption: nel giro di una generazione, con un’accelerazione inaudita, modi di produrre, di comunicare e di vivere sono diventati obsoleti, facendoci chiedere non cosa verrà domani, ma cosa avviene già oggi, sotto i nostri occhi.

Le migliori menti della mia generazione si sono addirittura chieste se per avventura non siamo alla vigilia dell’avvento di un’altra specie, post-, trans- o super-umana, nata dall’ibridazione fra gli umani e le macchine, e capace di sopravvivere all’estinzione dell’umanità. A me, lo confesso, preoccupa di più ascoltare il mio occasionale compagno di viaggio in treno che bercia nel telefonino, e chiedermi se sia ancora un umano, un cyborg, o chissà cosa. Altro che restare umani: prima bisognerebbe diventarlo.

Il problema, insomma, è il mutamento della forma di vita attuale: la sua disumanizzazione, già qui e ora. Da questo punto di vista, la pandemia può considerarsi la prova generale di un’altra forma di vita, integralmente digitalizzata, ma anche l’occasione per correggerne la direzione di sviluppo. Anche la minaccia del populismo mediatico alla democrazia liberale e allo Stato costituzionale, con il senno di poi, costituisce solo l’aspetto più vistoso di un rischio più vasto, che può dirsi ecologico, ma intendendosi bene.

Dopo la pandemia, infatti, una sorta di pensiero unico digital-ecologista sembra aver sostituito il pensiero unico precedente, liberista o neoliberista. Gli Stati Uniti di Joe Biden, l’Europa di Ursula von der Leyen, la Germania di Olaf Scholz, l’Italia di Mario Draghi, hanno sostituito alle precedenti parole d’ordine – produttività, crescita, austerità, conti in ordine – abracadabra nuovi: ecologia, transizione digitale, sviluppo sostenibile… Tutta un’agenda green & blue, verde di ecologia e blu di digitale.

Questo secondo pensiero unico ha almeno il pregio di ridare un senso alle istituzioni globali, già oggetto del livore populista e sovranista. Queste costituiscono la sola risposta possibile a sfide altrimenti già perse, come il riscaldamento globale: solo con il concorso di tutti, dispotismi orientali compresi, si potranno tamponare le falle. Il difetto, invece, sta nell’occultare – operazione per cui esiste un nome inglese, greenwashing, riverniciare di verde – un fatto abbastanza noto: ecologia e digitale non sono necessariamente compatibili.

Si pensi alla Cina, non più celeste, come ai tempi dell’Impero, ma grigia di emissioni carboniche. O ad Amazon, maggiore multinazionale del commercio online, che si pretende equa-e-solidale ed eco-sostenibile benché produca montagne di imballaggi e cartone, perennemente in viaggio su aerei, camion e navi mossi da carburanti fossili. O la Tesla dell’ineffabile Elon Musk, le cui auto elettriche usano energia prodotta da centrali a carbone, e batterie fatte con minerali rari destinati anch’essi alle discariche africane.

Tendiamo a pensare al digitale come a un fenomeno immateriale – le capacità di calcolo, l’informazione – fatto di software, algoritmi e immagini ad alta definizione. Invece, si tratta di cose assolutamente materiali: hardware, cavi sottomarini, enormi depositi di dati che complessivamente consumano il 9% di energia in più ogni anno, e che già oggi producono il doppio di Co2 del traffico aereo. Tutte cose maledettamente fragili, soggette all’usura del tempo, agli attacchi hacker, all’immedicabile incuria degli umani.

L’ecologia della rete che propongo qui cerca di distinguersi dal pensiero unico green & blue che ormai occupa i giornaloni e i loro inserti pagati dalla pubblicità basandosi su un’idea più semplice. Il digitale non è solo una tecnologia, ma un altro ambiente umano: un ecosistema a sé. Per questo nuovo ambiente occorre un’ecologia più specifica dell’ambientalismo tradizionale, ormai colonizzato dall’industria e dai governi. Occorre semplicemente ripensare tutto: l’economia, il lavoro, i rapporti umani…

Una parola ancora sui destinatari e il taglio del lavoro. Il libro non si rivolge tanto al mitico lettore colto, ormai estinto pure lui, quanto a tutti quelli che, come me, smanettano con il cellulare ma non hanno mai capito una mazza di reti neurali, fisica quantistica e nanotecnologie. Scrivendolo, mi sono divertito ma ho anche imparato molto: e spero che lo stesso, magari in ordine inverso, capiti anche a chi lo leggerà.

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