Alternative für Deutschland alle elezioni del 2017 aveva raggiunto il 12,6% e nei sondaggi all’inizio del 2018 era data addirittura come secondo partito nazionale al 18%. Domenica 26 settembre, a distanza di otto anni dalla sua fondazione, è arrivata invece solo al 10,3%, ottenendo 83 deputati. Ne perde 11 rispetto al Bundestag uscente. Se a livello nazionale è scesa, a est invece, in Sassonia, Turingia e Sassonia-Anhalt, ha vinto nettamente rastrellando ben 16 mandati diretti. Alle passate elezioni ne aveva avuti solo tre e ne perdette poi uno con l’uscita di Frauke Petry dalla frazione parlamentare.

Il maggior successo l’ha raccolto in Sassonia, con ben dieci mandati col maggioritario, e se altri due seggi in lizza a Dresda sono stati conquistati dalla Cdu, la AfD ne ha mancato uno per una manciata voti, appena 39. Il co-leader del partito, Tino Chrupalla, per la seconda volta si è affermato a Görlitz con il 35,8%, mentre Mike Moncksek ha strappato con il 28,9% il seggio nella circoscrizione Chemnitzer Umland-Erzgebirge II all’Incaricato per l’Est del governo federale, Marco Wanderwitz (Cdu), che lo vinceva dal 2002. Con il 24,6% anche dei voti di lista la AfD in Sassonia è ormai il primo partito. Lo stesso in Turingia col 24% delle preferenze di lista. Se qui poi non ha conquistato, come quattro anni fa, tutte otto le circoscrizioni col voto maggioritario, se ne è assicurata comunque la metà (una è andata alla Cdu e tre alla Spd). Anche in Sassonia-Anhalt ha raccolto altri due mandati diretti, rispettivamente con Kay-Uwe Ziegler (24,2%) nell’Anhalt e Robert Farle (25,1%) nella circoscrizione di Mansfeld. A questo si aggiunge anche un marcato successo nelle elezioni per il rinnovo del parlamento del Meclemburgo-Pomerania, un Land settentrionale anch’esso della ex Ddr, dove la AfD ha conquistato il secondo posto con il 16,7% delle preferenze, per quanto a distanza siderale dal 39,6% della Spd.

La chiave della riuscita del partito populista è nel saper sfruttare lo scetticismo persistente nella Germania dell’est verso il sistema democratico. Anche se il crollo del sistema non viene pronunciato apertamente, emerge prepotente da slogan come “die Wende zu vollenden”, traducibile come “fare un’inversione a U” rispetto alla riunificazione. Le sezioni del partito, soprattutto a est, non disdegnano i legami con il movimento anti-immigrazione “Pegida” e i “Querdenker”, così come raccolgono consensi nell’estrema destra. Non a caso i nomi di alcune località dove la AfD ha conquistato i mandati erano emersi nell’ambito del processo ai fiancheggiatori del gruppo terroristico Clandestinità nazionalsocialista che si nascondeva nell’area e lì godeva di numerosi agganci.

In Sassonia la AfD ha cercato di attirare gli elettori più giovani con lo slogan “generazione coraggio” e con clip in cui teen-ager non solo illustravano come guardassero Netflix o truccassero i motori, ma anche che si organizzavano contro il “mainstream” e la “brutalizzazione dei costumi”. Una campagna palesemente rivolta a trovare simpatie a destra – come hanno rilevato Markus Balser e Antonie Rietzschel sulla Süddeutsche Zeitung – sull’onda dell’esperienza del rinnovo del Landtag in Sassonia-Anhalt a giugno, dove buona parte dell’elettorato giovanile ha votato partiti di estrema destra.

Se la AfD gode a livello nazionale di uno zoccolo del 10%, il successo nella ex Germania Est evidenzia una transizione verso forte partito popolare regionale in cui la destra radicale vince di influenza. Con figure come il capo-frazione nel Landtag della Turingia Torben Braga, già nella associazione studentesca reazionaria di Jena “Germania” con contatti con il “movimento identitario”. Oppure Andreas Harlaβ, il portavoce della frazione del parlamento della Sassonia che per sentenza giudiziaria può essere definito un “neonazista”. Harlaβ sentendosi diffamato dagli appellativi di “purissimo neonazista” e “sostenitore della ideologia razziale nazionalsocialista” mossigli nel febbraio 2019 a commento di un suo post xenofobo, in cui definiva i mussulmani “uomini primitivi” e approvava un parallelo sulla natalità dei ratti rispetto agli esseri sviluppati, si era rivolto al tribunale di Dresda. Voleva che fosse riscontrato che non era giustificato il modo in cui era stato apostrofato, ma il giudice ha invece deciso che, al contrario, lo fosse pienamente.

In questo milieu fa anche capolino una più generica percezione di insicurezza. Paradigmatico il caso di Karsten Hilse che ha riconquistato il mandato diretto nella circoscrizione Bautzen I con il 33,4% delle preferenze. È un ex poliziotto che difese gli alloggi dei migranti durante le rivolte xenofobe di Hoyerswerda del 1991, ma che nel settembre 2017 spiegava alla Taz di Berlino di essere nella AfD perché occorre uno Stato forte e maggiori controlli di frontiera che pongano freno alle bande criminali dall’est europeo.

La AfD tuttavia è divisa, molti elettori moderati le hanno voltato le spalle, mentre l’ala destra attorno al suo capo in Turingia, Björn Hōcke, posto sotto osservazione dal Verfassungschutz (Ufficio federale per la protezione della Costituzione, ndr). pur ufficialmente sciolta è in effetti sempre attiva. Il segretario Jörg Meuthen ha provato a mettere dei paletti, ma alla fine il programma elettorale varato in primavera è rimasto più radicale che mai: uscita della Germania dalla Ue, recinzioni ai confini. E anche il vocabolario – “stampa bugiarda”, “funzionari dei vecchi partiti” – permeato di aggressività.

La campagna elettorale del partito populista era affidata ad Alice Weidel e a Tino Chrupalla, entrambi supportati dalla ufficialmente disciolta ala destra. Nei dibattiti televisivi la Weidel è sempre apparsa con piglio dirigenziale, la pochette nel taschino della giacca, ma all’indomani dell’omicidio di un ventenne ad un distributore a Idar-Oberstein freddato da un “Querdenker” 49enne, ai moderatori che le chiedevano un commento, se lei da un lato ha criticato la violenza, dall’altro ha difeso i “no vax”. Non si può criminalizzare un’intera fetta di popolazione – ha risposto – inveendo che le misure anti-pandemiche sono tutte anticostituzionali. Markus Söder (Csu) ha ribattuto che nel 98% dei casi sono state confermate dalle corti costituzionali dei Länder.

I voti della AfD però sono congelati, nessuno si vuole coalizzare con essa, e il calo del partito a livello nazionale ha avuto i suoi contraccolpi. Dopo le elezioni è già scoppiata la lotta interna tra l’ala moderata attorno a Jörg Meuthen e la corrente di destra. Alice Weidel, nonostante il calo al Bundestag, ha dichiarato di ritenersi una “capo frazione di successo” e Kai Küstner della ARD ha riportato che al sentirlo Meuthen si sia messo le mani in testa commentando che l’insuccesso è legato al programma e senz’altro anche ai candidati di punta. Un colpo basso cui Weidel ha replicato a distanza che invece l’esito delle urne è un segnale di stabilità. Ma Meuthen ha insistito, la soddisfazione è fuori luogo. Il risultato nazionale ancora a due cifre permette però a Chrupalla di affermare che il partito ormai non sparirà più di scena. E il pregnante corso a destra nelle sezioni dell’est e il loro successo gli hanno fatto dire “dovremo vedere cosa abbiamo fatto meglio nei Länder orientali”, lasciando intravvedere un’ulteriore radicalizzazione del partito.

Già questo mercoledì Weidel e Chrupalla si candidano di nuovo in tandem a capo frazione. Mentre Chrupalla può essere abbastanza sicuro di restare in sella, si stima che se Meuthen riuscisse a fare votare i due candidati separatamente Alice Weidel potrebbe non essere confermata. Decisivo sarà tuttavia il congresso di dicembre, in cui verrà votata la nuova dirigenza federale e lì Meuthen potrebbe dover gettare la spugna. Solo a Münster, nel Land più occidentale della Germania fin qui diretto da Armin Laschet, la AfD ha decisamente vita dura: ha registrato il risultato peggiore, appena il 2,9 per cento, persino 2,1% in meno rispetto al 2017.

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