In Champions League Radamel Falcao ha segnato meno gol (12) di Simone Inzaghi (15) e Alberto Gilardino (13). È uno dei grandi paradossi numerici del calcio, considerato che c’è stato un tempo in cui il colombiano era considerato il 9 più forte del mondo. Definizione che, con tutto il rispetto, nessuno sano di mente può aver mai riservato ai due attaccanti citati sopra. All’apice della sua carriera Falcao metteva d’accordo tutte le chiese del movimento calcistico, da Guardiola che lo definì l’attaccante più letale in circolazione, a Diego Simeone che, dopo l’Europa League vinta con Falcao votato miglior giocatore della finale (un deja vu dei premi – coppa e mvp – messi in bacheca l’anno prima con il Porto), telefonò al figlio Giovanni: “Visto?”, gli disse, “Se vuoi diventare un grande attaccante, studia i movimenti di Falcao”. Ma tre campionati (in altrettanti paesi: Argentina, Portogallo, Francia), due Europa League e una Supercoppa Europea rimangono una miseria per un attaccante che nel suo periodo d’oro, dall’estate del 2009 (periodo del suo sbarco a Oporto) a quella del 2013 (quando ha lasciato l’Atletico Madrid), aveva messo a segno 142 gol, mostrando una classe e una capacità di dominio delle aree di rigore che esulavano dal mero dato statistico.

L’ultimo Falcao capace di imprimere il suo marchio a livello internazionale lo si era visto nel Monaco, stagione 2016-2017, chiusa con 30 reti complessive che riproponevano le sue cifre dei periodi Porto e Atletico Madrid. Soprattutto, l’attaccante era stato un elemento decisivo nel portare, in coppia con Kylian Mbappè, i monegaschi di Leonardo Jardim fino alle semifinali di Champions League (furono eliminati dalla Juventus) e al titolo di Ligue 1. Non era più “quel” Falcao, perché se dalle bastonate psicologiche ricevute nel corso di due pessime esperienze in Premier League ci si poteva riprendere, a patto di trovare il “curatore” giusto (e Jardim lo era), le cicatrici lasciate dal secondo, grave infortunio ai legamenti erano permanenti, e si erano concretizzate in una perdita di potenza che esperienza e fiuto del gol riuscivano a tamponare senza però compensare pienamente. Restava un ottimo centravanti, a cui il triennio monegasco sembrava aver regalato quell’ultima occasione (partecipazione ai Mondiali inclusa) che non tutti avevano la fortuna di trovare dopo una caduta così devastante.

Oggi, a 35 anni, Falcao è tornato a far parlare di sé. 3.037 giorni dopo la sua ultima apparizione nella Liga, con 1.091 giorni da infortunato sulle spalle – per un totale di 175 partite complessive perse con i rispettivi club – Falcao è riemerso dal crepuscolo dell’ultimo biennio al Galatasaray ritornando nel campionato spagnolo con il botto. Pochi minuti (33 in totale) disputati con il neopromosso Rayo Vallecano ma subito 2 gol, il primo di destro per arrotondare il 3-0 al Getafe, il secondo di testa per regalare ai franjirrojos un clamoroso successo al San Mamés di Bilbao. Partita nella quale, a dispetto del poco tempo concessogli, il colombiano ha servito nove passaggi utili su nove e ha causato l’ammonizione di un avversario. Una storia nella storia, quella di Falcao a Vallecas, e poco importa se non è la prima volta che un attempato campione veste la maglia della squadra di questo quartiere madrileno, visto che nei primi anni 90 da questa parti circolò per una stagione il 35enne Hugo Sanchez. Ma era un altro Rayo Vallecano e, soprattutto, un altro calcio.

L’attualità in casa Rayo parla di una società senza soldi, riportata nella Liga (dove è il club con il budget più basso) da un miracolo compiuto nei play-off dal tecnico Andoni Iraola. Il responsabile delle finanze si è dimesso da poco, mentre i tifosi sono in aperta contestazione contro il presidente Raúl Martín Presa per una questione legata ai biglietti. A gettare benzina sul fuoco ci ha pensato qualche mese fa la presenza nella tribuna del Campo de Fútbol de Vallecas, vuoto a causa della pandemia, di Santiago Abascakl, leader del partito di estrema destra Vox, invitato da Presa per la partita contro l’Albacete. Un’iniziativa che non è piaciuta ai tifosi di questo club dalle note radici proletarie: alcuni di loro il giorno dopo si sono presentati fuori dallo stadio per disinfettarlo, con tanto di spazzoloni e tute professionali per disinfestazione, da una presenza tanto controversa. Eppure all’arrivo (ovviamente a parametro zero) di Falcao c’erano oltre tremila persone ad accoglierlo, tra bandiere colombiane e cori, una volta tanto non indirizzati contro il presidente.

E’ ovviamente prematuro parlare di terza resurrezione del Tigre – il suo storico soprannome – in una storia calcistica fatta di alti e bassi, crescite esponenziali e crolli verticali. La prima è avvenuta dopo l’infortunio al crociato patito nel 2006 al River Plate, che lo ha tenuto lontano dai campi da gioco per otto mesi stoppando l’ascesa di un ragazzo arrivato a Buenos Aires dopo essere diventato, a 13 anni e 199 giorni, il più giovane debuttante nel calcio professionistico colombiano. Ma il volo in Europa era solo rimandato, e quando tutte le tessere sono andate nel posto giusto Falcao ha impiegato poco tempo per accedere all’élite dei grandi centravanti, risultando determinante per il decollo di carriere e cicli a volte effimeri, altre volte solidi e duraturi. Nel primo caso il riferimento va ad André Villas-Boas, mai più avvicinatosi ai fasti del suo Porto 2010-11, vincitore in stagione di quattro dei cinque trofei disponibili, inclusi campionato e Europa League, quest’ultima decisa da un colpo di testa di Falcao nella finale tutta portoghese contro il Braga. Una scorpacciata di reti (38 nell’annata citata, 72 in due stagioni in Portogallo) che non si è arrestata con il passaggio all’Atletico Madrid, dove il colombiano è tra i protagonisti della nascita e dell’affermazione del cholismo. Diego Simeone subentra infatti il 23 dicembre 2011 a Gregorio Manzano sulla panchina dell’Atletico Madrid e meno di sei mesi dopo mette in bacheca il suo primo trofeo, l’Europa League, battendo l’Athletic Bilbao in finale. Falcao segna una doppietta, mentre sono addirittura tre le reti con le quali a fine agosto affonda il Chelsea nella Supercoppa Europea.

L’arbitro spagnolo Iturralde González ha raccontato che, nella seconda partita in assoluto di Falcao nella Liga, quando un tiro dell’attaccante finì in rete dopo una deviazione, il cafetero si avvicinò chiedendo di scrivere a referto che il gol era suo. “Sono venuto qui per diventare capocannoniere”, gli disse. La determinazione, nel suo caso mai sfociata in presunzione, è sempre stata una componente chiave nella carriera di Falcao, anche quando non ha compiuto scelte ottimali per la propria carriera e gli infortuni hanno cominciato a riproporsi con continuità sempre maggiore. La sua seconda resurrezione è iniziata nello stesso luogo della caduta, il Principato di Monaco, dove si era trasferito a 27 anni, all’apice, convinto da Jorge Mendes ad abbracciare il progetto del multimilionario Dmitry Rybolovlev. Fu un maestro di scuola elementare, Soner Ertek, a mandargli il legamento in frantumi nel corso di una partita di Coppa di Francia nel gennaio 2014, tra Monaco e Monts d’Or Azergues, squadra di quarta divisione. Falcao salta il Mondiale, poi per il recupero sceglie la destinazione peggiore: la Premier League. Finisce con due umiliazioni, la prima a Manchester quando a un certo punto Louis van Gaal lo spedisce nell’under 21 dei Red Devils; la seconda nel Chelsea guidato da Josè Mourinho, dove segna appena una rete (contro la 4 nell’anno allo United) in 12 partite. Il Daily Mail lo definisce un giocatore “dalla reputazione distrutta, con cinque gol segnati in due anni e 22 milioni di sterline in più nelle sterline”. Eppure solo un anno dopo è campione di Francia e semifinalista in Champions, dopo aver bucato negli ottavi il Manchester City e nei quarti il Borussia Dortmund. Maglia numero tre sulle spalle, in onore del padre Radamel García King, ex difensore centrale morto di infarto due anni fa, Falcao ha il dichiarato obiettivo di arrivare in forma per Qatar 2022. Se riesce a salvare questo Rayo Vallecano, allora il limite è davvero il cielo.

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