A tracciare la strada è Carlo Bonomi, in uno dei molti passaggi agiografici del suo discorso agli industriali riuniti in assemblea. “Noi imprese ci riconosciamo nel governo Draghi e ci auguriamo continui a lungo. Non è solo interesse dell’Italia, ma è interesse dell’Europa che Draghi rappresenti una personalità di riferimento nella prossima stagione di future riforme”. E i partiti, ammonisce, non devono “attentare” a questa prospettiva pensando alle elezioni, o peggio “con veti e manovre in vista della scelta da fare per il Quirinale“. Tradotto: l’ex banchiere deve restare a palazzo Chigi il più a lungo possibile. Anche oltre la scadenza della legislatura nel 2023. E a prescindere dal colore e dai numeri del prossimo Parlamento. L’endorsement del mondo produttivo si impone su un dibattito che nel mondo politico va già avanti da mesi, perché – appunto – la partita è legata in modo strettissimo a quella per la presidenza della Repubblica che si rinnova a febbraio, carica a cui lo stesso premier è il candidato naturale.

Gli sponsor del Draghi bis si concentrano soprattutto in quell’ala del Partito democratico che guarda al centro, sognando una Merkel italiana, cioè un leader conservatore, riformista ed europeista capace di mantenere il governo del Paese per più di un decennio, con maggioranze anche molto diverse tra loro. A raccogliere l’appello di Bonomi infatti arriva quasi subito Andrea Marcucci, ex capogruppo dem di marcate simpatie renziane: “Lo scenario ipotizzato da Confindustria, con Draghi a Palazzo Chigi anche dopo il 2023, coincide con il desiderio di tanti, e cosa più importante, con l’interesse del Paese“, assicura. “Come Bonomi, anch’io penso che chiunque metta a rischio l’operato del governo, faccia un danno all’Italia. Il Pd deve risolvere il proprio latente dibattito interno e fare totalmente sua l’agenda Draghi”. Abbandonando, va da sè, i progetti di alleanza strutturale col M5s di Giuseppe Conte che invece stanno a cuore all’ala progressista. “Io, a differenza di qualche collega, penso che l’impianto delle riforme volute dal presidente del Consiglio siano la premessa fondamentale alla crescita di cui abbiamo maledettamente bisogno. Altri nel Pd giudicano Draghi un male transitorio da rimuovere”, dice.

Del tema si è discusso parecchio alla convention di Libertà eguale, il think tank che riunisce le anime liberal del Pd. Il vicepresidente dell’associazione, il costituzionalista Stefano Ceccanti, in un’intervista al Riformista di qualche giorno fa ha spiegato nei dettagli il piano per “draghizzare il centrosinistra”. Commentando le parole di Goffredo Bettini, secondo cui “il governo Draghi non è il governo del Pd ma un governo di emergenza nazionale”, dice: “Mettiamo che Mario Draghi, arrivati al fatidico 2023, si dichiari disponibile a presentarsi agli elettori alla guida di una coalizione per tornare a Palazzo Chigi forte di un consenso popolare. In quel caso non sarebbe il Pd il primo ad aderire cercando di costruire intorno a Draghi una coalizione omogenea di centrosinistra in luogo di quella eterogenea attuale?”, è la domanda, che vorrebbe essere retorica. Con tutta evidenza, assicura, “gli elettori reali e potenziali nel Pd riconoscono in Mario Draghi quella comune ispirazione che è fatta di legame indissolubile con l’Europa, di attenzione alla qualità della spesa pubblica del Pnrr, di serietà nella gestione dell’emergenza senza cedimenti al populismo, e così via”.

Una linea che Stefano Folli ha ripreso in un editoriale su Repubblica, dal titolo “Il futuro di Draghi dopo il voto del ’23”. “Fino a che punto il Pd è disposto a sostenere Draghi?”, si chiede in attacco. Mentre da un lato “cresce l’autorità del presidente del Consiglio”, argomenta, dall’altro “assistiamo al rapido tramonto di Giuseppe Conte come punto di riferimento del centrosinistra”. Quindi il progetto di alleanza dem-5s “va rivisto dalle fondamenta”, ridimensionando il peso dei grillini e incoronando leader l’ex capo della Bce, “a cui il centrosinistra deve chiedere di proseguire la sua opera a palazzo Chigi”. Sempre che nel frattempo non sia salito al Colle: è questa, infatti, l’enorme incognita che pesa su tutte le discussioni. Ed è già partita l’opera di moral suasion per convincere Mattarella ad accettare un rinnovo del mandato, anche a tempo, ma abbastanza per lasciare Draghi a palazzo Chigi e consentirgli di consolidare il proprio futuro politico. Paradossalmente il meno convinto dell’idea sembra Matteo Renzi (“Sono tutte chiacchiere”). Conoscendo il personaggio, però, anche questa può suonare come una conferma.

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