L’aumento dei prezzi in bolletta, le accuse alla Russia di avere chiuso i rubinetti per aumentare il proprio business, le elezioni in Germania alle porte: i tre elementi, messi uno a fianco all’altro sembrerebbero non avere alcun legame apparente l’uno con l’altro. Eppure sono tre diverse rappresentazioni concrete degli effetti sull’Europa della crisi geopolitica che si nasconde dietro a quella che è stata invece definita come una “crisi energetica europea”. Una crisi che al momento sta mostrando i suoi effetti con un rincaro dei prezzi delle forniture di gas naturale – in Spagna come in Francia, in Italia e nel Regno Unito – ma dietro cui si cela una partita che vede Europa e Russia contrapposte e la Germania nel mezzo a fare da ago della bilancia per l’accelerazione dell’entrata in funzione del discusso progetto Nord Stream 2.

Un passo indietro: Nord Stream 2 è la condotta gemella di Nord Stream, gasdotto, quest’ultimo, che trasporta circa 55 miliardi di metri cubi di gas naturale all’anno dalla Russia alla Germania. Quota che sarà raddoppiata non appena l’infrastruttura parallela diventerà operativa. Entro ottobre, nei progetti di Gazprom, anche se la data molto probabilmente slitterà, in linea con la storia travagliata del progetto. A fine 2019, ad esempio, i lavori furono sospesi a causa delle sanzioni Usa nei confronti della Russia, per poi riprendere a dicembre 2020. L’infrastruttura è sempre stata fortemente voluta da Angela Merkel e dal governo tedesco, da sempre vicino sul fronte energetico alla Russia (basti pensare che l’ex Cancelliere Gerard Schroder è dal 2005 a capo del consorzio Nord Stream di cui Gazprom è l’unico finanziatore), ma che ha suscitato le proteste di molti partner europei e degli Stati Uniti.

La preoccupazione è che, con l’entrata in funzione dell’opera, la Russia stringa ancora di più il proprio cappio energetico attorno al collo dell’Europa, per la quale il gas russo rappresenta già la metà del totale importato. Guardando al Cremlino, il Nord Stream 2 consentirà invece di aumentare le esportazioni e di ridurre il ruolo dell’Ucraina come paese di transito verso il mercato europeo, di fatto indebolendone il peso strategico e le entrate economiche. Malgrado le critiche, la cancelliera è andata avanti per la sua strada, nonostante i rapporti con la Russia siano ai minimi storici sotto gli scandali dell’avvelenamento e dell’incarcerazione di Alexey Navalny e del supporto di Putin a Lukashenko. Eppure nelle ultime settimane la Germania ha tolto il piede dall’acceleratore per non mettere troppo al centro del dibattito elettorale la questione relativa al Nord Stream 2. Sfruttando il suo fiuto politico, Merkel durante il suo ultimo viaggio in Europa dell’Est da Cancelliera, ha sottolineato il suo auspicio che Kiev mantenga un ruolo importante nel quadro del transito energetico europeo.

Ecco allora spiegato il possibile ruolo russo dietro i rincari dell’energia nel continente: il Nord Stream 2 è all’ultimo miglio e Putin non vuole che il terreno frani sotto i suoi piedi proprio sul più bello, soprattutto in caso di ulteriore cattiva stampa a livello internazionalecome la sentenza della Corte europea dei diritti umani di Strasburgo sul caso Litvinenko – o che dalla Germania arrivino news elettorali sfavorevoli. I Verdi, guidati da Annalena Baerbock, hanno infatti in più occasioni sottolineato la loro contrarietà all’opera e il loro peso in una futura (e probabile) coalizione di governo potrebbe farsi sentire in tal senso.

Del resto, i numeri della dipendenza europea da fornitori esteri sono inequivocabili: nel 2020 l’Ue ha importato oltre 320 miliardi di metri cubi di gas naturale (a fronte di un consumo complessivo di 394 miliardi di metri cubi), provenienti per il 48% dalla Russia, per il 24% dalla Norvegia, per il 9% dall’Algeria e per l’1% dalla Libia. La Germania è uno dei paesi più dipendenti dalle importazioni, che coprono circa il 90% del suo consumo interno di gas naturale. Nel corso degli anni alcuni tentativi di differenziare le vie di importazione sono stati messi in campo da Bruxelles. Anche con relativo successo. Si pensi, ad esempio, al gasdotto Trans Adriatic Pipeline (TAP). Notizia di pochi giorni fa: la condotta, inaugurata a metà novembre dello scorso anno, ha tagliato il traguardo dei primi 5 miliardi di metri cubi trasportati dall’Azerbaigian alla Puglia attraverso la Georgia, la Turchia, la Grecia e il Mar Adriatico. La capacità massima attuale del TAP è di 10 miliardi di metri cubi, quota che, al di là dell’importante significato geopolitico dell’entrata in vigore del gasdotto, impallidisce di fronte alle forniture russe.

Guardando ancora più a est verso l’Asia Centrale, un paese su tutti, il Turkmenistan – gigante del gas naturale che dispone delle quarte riserve a livello mondiale – fa gola all’Europa. A fine gennaio, ha siglato con l’Azerbaigian un accordo preliminare per lo sfruttamento congiunto di un giacimento di idrocarburi nel Mar Caspio, oggetto di contesa da decenni. Intesa che, insieme a quella siglata nell’agosto 2018 anche con gli altri paesi rivieraschi (Russia, Iran e Kazakistan) potrebbe far pensare a un possibile sblocco del progetto di realizzare un gasdotto al di sotto del Mar Caspio in direzione del mercato europeo.

Di quest’ultimo si parla ormai da quasi trent’anni, al punto da essere stato per lungo tempo considerato una sorta di miraggio. Un miraggio che conviene all’Italia: in punta di piedi nel campo della fantasia geopolitica, se mai realizzato il gas turkmeno potrebbe unirsi a quello azero che alimenta il TAP e l’Italia vedrebbe consolidato il suo nascente ruolo di hub energetico meridionale. Contemporaneamente l’Europa manderebbe un messaggio alla Russia aumentando il proprio peso negoziale. Ma, appunto, di scenari altamente improbabili si parla: sul fronte economico, il corridoio energetico meridionale è vantaggioso per il Sud Europa ma non è in grado di rappresentare una conveniente alternativa al gas russo per paesi come Francia e Germania, per i quali le importazioni dalla Russia rappresentano ancora la via economicamente ottimale. Sul fronte politico, vero nodo della questione, Mosca difficilmente accetterebbe uno scenario di esportazioni turkmene verso l’Europa. Già Ashgabat vende decine di miliardi di metri cubi di gas naturale all’anno alla Cina – sostanzialmente unico partner energetico del Turkmenistan – con il beneplacito russo. Ma un via libera verso l’Europa è impensabile alla luce dell’importanza del mercato europeo per il Cremlino.

La Russia sembra quindi, al momento, un partner irrinunciabile perché guardando a est (o a sud in direzione del Nord Africa) di fornitori alternativi e affidabili se ne vedono pochi. L’unica strada percorribile per ridurre la dipendenza da Mosca, ragionando nel medio-lungo periodo, è quella di mettere in campo un serio piano di sviluppo del potenziale europeo sul fronte delle energie rinnovabili. Un’eventualità a tutto vantaggio anche dell’ambiente, ma lontana, ad oggi, da un orizzonte di breve periodo.

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