Doveva essere l’esecutivo che avrebbe traghettato la Libia verso nuove elezioni democratiche a dicembre, dopo dieci anni di conflitto sanguinoso e una lotta di potere tra milizie locali sparse per tutto il Paese. Ma oggi il breve e precario processo di pacificazione nel Paese nordafricano, già traballante dopo alcune sporadiche violazioni del cessate il fuoco intorno alla capitale Tripoli, rischia di naufragare definitivamente. La Camera dei rappresentanti ha infatti approvato una mozione di sfiducia nei confronti del governo di unità nazionale guidato da Abdul Hamid Dbeibah. A dare notizia della decisione, appoggiata da 89 rappresentanti sui 113 presenti, è stato il portavoce del Parlamento con sede a Tobruk, Abdullah Bliheg.

A spingere per ottenere la sfiducia all’esecutivo di transizione sono stati in particolar modo i deputati vicini al generale della Cirenaica Khalifa Haftar. Oltre ad essere stato accettato inizialmente da tutte le fazioni che compongono il complicato scacchiere libico, nei mesi scorsi il governo Dbeibah si è occupato di riallacciare importanti rapporti internazionali con Paesi strategici, compresa l’Italia, per ottenere il sostegno necessario a favorire il processo democratico e la nuova ricostruzione. Tutto, adesso, rischia di essere vanificato da un’azione di rottura che può di nuovo destabilizzare il Paese e inaugurare una nuova stagione di violenze e lotta armata per la conquista del potere centrale.

Dettando una linea che lascia prevede uno stallo istituzionale senza dimissioni del premier, il portavoce dell’Alto consiglio di Stato libico, Mohammed Nasser, su Twitter ha respinto come “nulla” la sfiducia. La Camera dei rappresentanti formalmente ha 200 seggi, ma al momento è spaccata anche fisicamente fra Tobruk e Tripoli e non è semplice stabilire quanti siano i deputati che realmente possono votare. Analisti e osservatori ritengono comunque che 120-130 partecipanti forniscano una legittimazione (o maggioranza qualificata) al di fuori di ogni dubbio.

Dettando una linea che lascia prevedere uno stallo istituzionale senza dimissioni del premier, il portavoce dell’Alto consiglio di Stato libico, Mohammed Nasser, su Twitter ha respinto come “nulla” la sfiducia: “Il Consiglio supremo dello Stato ha respinto i provvedimenti di revoca della fiducia al Governo di unità nazionale, e li considera nulli perché violano la Dichiarazione costituzionale e l’accordo politico”, ha scritto il portavoce. L’Hsc “considera zero tutto ciò che risulta da queste misure”. L’Hsc è una delle tre istituzioni libiche previste dell’accordo di Skhirat del 2015 e rappresenta una sorta di assemblea senatoriale, contrappeso politico di Tripoli al parlamento insediato a Tobruk e fortemente influenzato da sostenitori di Haftar.

Le parole di Nasser non cancellano però il valore effettivo della mossa dei pro-Haftar. Proprio il generale, l’anima più intransigente tra quelle che detengono il potere nel Paese, aveva accolto in maniera tiepida la nascita del nuovo esecutivo. Lo aveva accettato senza mai esporsi in favore della transizione, dopo il fallimento della sua offensiva su Tripoli per rovesciare l’allora Governo di accordo nazionale di Fayez al-Sarraj. Gli uomini fedeli all’uomo forte della Cirenaica non hanno mai offerto solide garanzie per il mantenimento della pace e il rispetto del cessate il fuoco e hanno fin da subito ricoperto il ruolo dell’elefante nella cristalleria di un esecutivo che si è mosso cercando di mantenere un equilibrio che garantisse il sostegno, o almeno evitasse ogni tipo di scontro, di tutti gli attori in gioco.

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