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Pechino punta sul mercato interno, i cinesi devono spendere di più: così l’abolizione dell’hukou voluto da Mao può risolvere le guerre commerciali

Introdotto negli anni Cinquanta, viene considerato un "passaporto interno" che vincola i diritti essenziali al luogo in cui si è registrati. Ma col tempo la mobilità è diventata una condizione imprescindibile per sviluppare le aree ancora arretrate del paese
Pechino punta sul mercato interno, i cinesi devono spendere di più: così l’abolizione dell’hukou voluto da Mao può risolvere le guerre commerciali
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“La Cina affronterebbe meno guerre commerciali con il resto del mondo se i suoi cittadini fossero meno parsimoniosi”. A dirlo è l’Economist, a pensarlo sono in molti. Il motivo è semplice: se la Cina vende più merci di quante ne acquista, guadagna più di quanto spende, per scongiurare duelli a colpi di tariffe basterebbe che i cinesi risparmiassero meno e consumassero di più. L’autorevole settimanale finanziario parte dai numeri: secondo la Banca Mondiale, i consumi delle famiglie cinesi rappresentano appena il 39% del PIL nazionale, rispetto a una media globale del 63-67%. Convincere la popolazione ad aprire il portafoglio figura tra i principali propositi di Pechino già da un bel po’. Soprattutto da quando il COVID-19 e le incertezze internazionali hanno direzionato l’attenzione della leadership sulle potenzialità inespresse del vasto mercato interno.

Con l’approvazione della “Decisione di approfondire ulteriormente e in modo completo la riforma per promuovere la modernizzazione in stile cinese”, nel luglio 2024 il Partito ha posto come priorità la creazione di “un mercato nazionale unificato”, eliminando le barriere alla libera circolazione di capitali e talenti. Un ulteriore passo avanti è stato compiuto il 22 maggio, quando il Consiglio di Stato ha divulgato i “Pareri di attuazione sulla promozione dell’erogazione dei servizi pubblici essenziali presso il luogo di residenza abituale”. In base alle nuove disposizioni, tutti i lavoratori possono ora iscriversi ai programmi di previdenza sociale nelle città in cui sono impiegati, indipendentemente dal luogo di registrazione ufficiale (hukou): istruzione, alloggi pubblici in affitto, assicurazione sanitaria di base, e varie forme di assistenza sociale verranno estesi a tutta la popolazione residente. Parliamo di oltre 357 milioni di persone (statistiche governative di fine 2025) che, dopo aver vissuto nell’”ombra”, potranno finalmente accedere al sistema previdenziale nazionale. Almeno sulla carta.

Il potenziale economico dell’operazione è considerevole. Secondo un documento pubblicato lo scorso anno dal Fondo Monetario Internazionale (FMI), nel periodo 2012-2022 il tasso di risparmio delle famiglie di migranti residenti in città con hukou rurale è stato in media superiore di 6,8 punti percentuali rispetto a quello di famiglie simili con hukou urbano. Ecco perché, secondo l’Economist, una riforma radicale del sistema e la liberazione dei consumi – non i dazi doganali – potrebbe costituire la vera soluzione alle guerre commerciali. Letteralmente: “Una maggiore spesa dei migranti lascerebbe alle aziende cinesi meno merci in eccesso da riversare sui mercati globali, riducendo il surplus delle esportazioni cinesi [pari a oltre 1.200 miliardi di dollari lo scorso anno] e allentando le tensioni con il resto del mondo”.

Facile a dirsi tutt’altro che a farsi. Introdotto negli anni Cinquanta da Mao Zedong, l’hukou viene considerato un vero e proprio passaporto interno che vincola i diritti essenziali al luogo in cui si è registrati. Inizialmente serviva soprattutto a impedire migrazioni incontrollate dalle campagne alle città così da garantire una produzione agricola sufficiente e mantenere la stabilità sociale nelle aree urbane con limitate opportunità di lavoro. Ma col tempo le priorità economiche sono cambiate: la mobilità – temuta dal Grande Timoniere – è diventata una condizione imprescindibile per sviluppare le aree ancora arretrate del paese. Così negli ultimi decenni il sistema è stato gradualmente allentato.

Oggi molte città medie consentono ai migranti di ottenere più facilmente lo status locale. Gli effetti economici della liberalizzazione sono già evidenti. Stando al FMI, il divario nei tassi di risparmio tra gli abitanti delle città con e senza hukou urbano si è ridotto da 11,8 punti percentuali nel 2014 a soli 3,2 punti nel 2022. Tuttavia resta ancora molto da fare. Specialmente nelle metropoli più ricche, dove si dirige gran parte dei migranti. Non solo contadini ma anche sempre più spesso neolaureati in cerca di un’occupazione flessibile nel dinamico ecosistema dell’economia digitale.

Grandi centri come Pechino, Shanghai, Guangzhou e Shenzhen, mantengono barriere molto alte per ottenere la residenza completa, indispensabile per usufruire dei benefici più importanti. Nei nuclei urbani più accessibili (con probabilità di insediamento superiori al 50%) ma con meno opportunità professionali solo in pochi ci vogliono andare. Spesso chi sulla carta potrebbe fare domanda desiste sapendo di non possedere i requisiti richiesti, come la capacità di dimostrare di aver versato contributi previdenziali per diversi anni. Un cruccio ricorrente per gli impiegati nella gig-economy, che solo recentemente è stata regolamentata con l’introduzione di tutele minime. Per qualcun altro cambiare hukou semplicemente non conviene, perché implicherebbe la rinuncia ai diritti fondiari nel villaggio di nascita.

Sono problematiche che le nuove misure non sembrano ancora affrontare. Mentre si parla di semplificare le procedure per rendere “più conveniente” l’iscrizione dei bambini migranti nelle scuole pubbliche, estendere gli alloggi pubblici in affitto alle famiglie di residenti permanenti non registrati, e offrire pari copertura in termini di assicurazione sanitaria, rimangono ancora profonde disuguaglianze da appianare. Charles Sun e Christopher Nye in un’analisi per la Jamestown Foundation, citano il sistema pensionistico: chi è inserito nel regime urbano dei lavoratori dipendenti ha diritto a una pensione media circa 17 volte maggiore di chi rientra nel circuito rurale o semi-rurale. Lo stesso vale per l’istruzione: i figli dei migranti potranno frequentare scuole urbane più facilmente, ma l’accesso al gaokao – l’esame nazionale di ammissione all’università – rimane legato al possesso dell’hukou locale nelle grandi città.

Di fatto con le nuove norme si tenta di agevolare la ripartizione dei servizi lasciando intatta la vecchia impalcatura. Per i due esperti, la principale debolezza sta nelle motivazioni dietro la manovra: la riforma nasce da necessità fiscali più che da un obiettivo egualitario. Secondo Rhodium Group, nel 2024 il costo per integrare un migrante si aggirava tra i 50.000 e i 155.900 yuan (6.357 -19.823 euro): ovvero 15-46 mila miliardi di yuan per tutta la “popolazione fluttuante” presente nelle città cinesi. Ma le nuove direttive anziché introdurre fondi aggiuntivi, si limitano a ridistribuire quelli esistenti entro un bilancio statale già sotto pressione. Questo significa che per dare di più a chi riceve i forestieri, qualcosa dovrà essere tolto altrove in un gioco di pesi e contrappesi tra luogo d’origine e città d’adozione. Con queste premesse, difficilmente il sistema evolverà verso la “prosperità comune” auspicata dal presidente Xi Jinping. Piuttosto, i due esperti prevedono un “livellamento verso il basso” dei privilegi urbani. In altre parole, invece di estendere a tutti gli stessi vantaggi, il rischio è che anche le élite locali perdano i vecchi benefici.

Alle difficoltà economiche si sommano gli ostacoli politici. Abbattere i muri invisibili delle città cinesi non solo richiederebbe uno spostamento delle risorse tra aree geografiche. Per Desmond Shum, ex imprenditore di Hong Kong che in Red Roulette (2021) ha raccontato i retroscena del capitalismo clientelare cinese, “significa spostare il potere lontano dagli attori politici: governi locali, imprese legate allo Stato, interessi acquisiti e la macchina statale che ha diretto il modello di crescita della Cina per decenni”. Quella – secondo Shum – è la vera posta in gioco: “In Cina, la politica non si muove perché un argomento economico è corretto. Si muove solo quando il costo politico dell’azione diventa più accettabile del costo politico dell’immobilità”.

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