Il colpo d’occhio, con una giusta dose di fantasia, richiama il Grand Canyon. E non a caso quei cartelli con la scritta “pericolo area mineraria” non bastano a scoraggiare i turisti che, con temerario entusiasmo, si fermano a bordo strada per scalare le montagne rosse e scattare l’immancabile selfie da postare sui social. Ingresso di Iglesias, città medievale con poco più di 25mila abitanti a una cinquantina di chilometri da Cagliari. Deve il suo nome alle numerose chiese, ma in epoca romana venne chiamata Argentaria per via dei ricchi giacimenti minerari che, fino al secolo scorso, hanno garantito sviluppo e benessere.

Discariche a cielo aperto
Lasciando, però, un’immensa quantità di discariche a cielo aperto che da anni attendono le bonifiche. E quel Grand Canyon “in sedicesimi” che rientra nelle proprietà di Igea, la società mineraria controllata dalla Regione Sardegna, è in realtà un maxi budino a base di ferro (che gli conferisce la colorazione rossastra), piombo, mercurio e cadmio. Materiali che costituiscono i prodotti di rifiuto di oltre un secolo di attività della vicina miniera Monteponi. Due milioni di metri cubi di fanghi dell’elettrolisi, fanghi “rossi” appunto, ammucchiati alle porte della città, lungo la strada che conduce anche alle località balneari più spettacolari del territorio.

Veleni e vincoli
Montagne rosse che se da una parte hanno ottenuto nel tempo anche un vincolo storico paesaggistico della Soprintendenza quale simbolo di archeologia industriale, dall’altra nelle giornate di vento rilasciano nuvole di polvere rossa che arrivano fino alle case. Non basta. Da uno studio effettuato alcuni anni fa, e reso pubblico durante un simposio dell’Associazione mineraria sarda, risulta anche che ogni anno si riversino circa 9mila chili di solidi sul rio San Giorgio, principale corso d’acqua della zona dove finiscono, in soluzione, anche 3mila chili di zinco, 150 di manganese, 90 di cadmio e 20 di piombo. Con quali conseguenze per ambiente e salute? Angelo Cremone è uno storico attivista protagonista delle battaglie ambientaliste isolane e con l’associazione Sardegna pulita non si stanca di continuare a denunciare situazioni critiche come questa: “I fanghi rossi sono un emblema di come si continui a trascurare la questione ambientale. Non è che la presenza di piombo e altri metalli sia fine a se stessa: purtroppo, però, a oggi manca uno studio epidemiologico sui danni causati alla salute della popolazione. Abbiamo provato a stimolare gli amministratori a prendere posizione anche su questo, ma con scarso successo. Al momento sappiamo che uno studio dell’università di Cagliari aveva rilevato un’alta concentrazione di piombo sui capelli dei ragazzi di Iglesias“.

Capelli al piombo
Il riferimento è alla ricerca effettuata dal Dipartimento di Scienze chimiche e geologiche sotto la guida del professor Gian Battista De Giudici. Gli studiosi hanno selezionato due campioni di 120 ragazzi, maschi e femmine, residenti uno a Iglesias e l’altro a Sant’Antioco, località distante una quarantina di chilometri dalle attività metallifere. Dal biomonitoraggio eseguito sui campioni dei loro capelli è emerso che i ragazzi di Iglesias erano esposti ai metalli pesanti come piombo e zinco: il piombo, in particolare, risultava di cinque volte superiore a quello dei coetanei della cittadina lagunare. Una ricerca che, è bene dirlo, non aveva la finalità di rilevare la relazione tra presenza di metalli pesanti e patologie, un compito che spetterebbe ad altri. “L’assenza di uno studio epidemiologico è una lacuna assai rilevante”, insiste Angelo Cremone il quale sposa l’idea (rilanciata anche di recente con un progetto presentato dall’Ausi, il Consorzio per l’Università del Sulcis Iglesiente) del riutilizzo dei materiali “pregiati” presenti nelle montagne rosse, una riserva di metalli. “Dovrebbe essere naturale, se non obbligatorio, evitare di sventrare montagne alla ricerca di materiali da inserire in altri cicli produttivi. Se si possono estrarre da lì, con tutte le precauzioni del caso e l’attenzione rigorosa all’impatto ambientale, che non si perda altro tempo”.

Economia circolare
Del riciclo dei fanghi rossi (anche nell’ottica di quella che oggi è definita economia circolare) si parla da tempo e una quindicina d’anni fa l’accordo tra Igea e Portovesme, industria metallurgica controllata dalla multinazionale anglo-svizzera Glencore e impegnata nella produzione di piombo, zinco, acido solforico, rame, argento e oro, sembrava cosa fatta. Ma la levata di scudi di alcune associazioni ambientaliste, preoccupate per i danni che si sarebbero a loro dire causati dal trasporto del materiale lungo la strada che porta al mare, convinse gli amministratori locali a fare pressioni affinché la Regione si tirasse indietro.

Ritardi e opportunismo politico
Fabio Enne, segretario regionale del sindacato Confsafi, attacca amministrazioni locali e regionali che nel corso degli anni si sono succedute con alternanza di colori. “Come al solito hanno avuto un atteggiamento opportunistico per non scontentare chi poteva tornare comodo. O forse a qualcuno non piaceva la Portovesme, ma così facendo si è persa più di un’occasione: di sviluppo e di ripristino ambientale. È assurdo che da decenni ci ritroviamo a parlare ancora della stessa questione: bisogna che riparta una mobilitazione da parte dei politici locali”.

Occasione persa
Il geologo Franco Manca (che fa parte dell’Associazione mineraria sarda e all’epoca dirigeva la società Igea) ricorda bene il mancato accordo. “Un’occasione persa, anche perché dal punto di vista occupazionale si parlava di 450 posti di lavoro”. L’industria metallurgica si sarebbe fatta carico della rimozione e recupero dei materiali da utilizzare nel processo produttivo (senza dover ricorrere all’acquisto di nuova materia prima o i fumi di acciaieria ), per conferire in un sito (realizzato da Igea come contropartita) i residui a quel punto inerti. “Io sono convinto che il riutilizzo sia la strada migliore da seguire – aggiunge il geologo – l’alternativa potrebbe essere quella di “cristallizzarli” per impedire che gli effetti atmosferici continuino a creare problemi, trascinando i materiali con la pioggia e il vento. Mi auguro non trascorra altro tempo senza che ci siano azioni concrete volte anche a valorizzare il patrimonio minerario”.

Nuovo progetto Igea
A sentire Michele Caria, amministratore unico dell’Igea, sembra, però, che il riutilizzo dei fanghi non sia un capitolo chiuso. “Abbiamo presentato il progetto di recupero, proponendo la rimozione, con lavorazione in loco o presso aziende del territorio, in particolare la Portovesme srl. Ai fini autorizzativi esiste un procedimento aperto all’assessorato all’Ambiente e noi, a breve, dovremo dare le specifiche tecniche degli interventi previsti”. Resta il nodo del vincolo paesaggistico. “Igea ha avviato interlocuzioni per ottenere la rimozione”, assicura Caria il quale, tuttavia, non è ottimista sui tempi: “Non saranno brevi”.

Milioni di metri cubi di discariche
Le montagne rosse di Iglesias non sono l’unico souvenir minerario. Manca snocciola numeri che fanno impressione: “In tutta la Sardegna abbiamo 70 milioni di metri cubi di discariche minerarie e il grosso, 60 milioni, è nell’area del Sulcis Iglesiente Guspinese: le bonifiche doverose per il ripristino ambientale possono essere una risorsa enorme anche in termini di riutilizzo dei materiali. Credo che questo sia un momento particolarmente favorevole perché dall’Unione europea stanno arrivando risorse importanti. Mi auguro che non si perda quest’occasione”. Potrebbe essere l’ultima.

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